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venerdì 14 dicembre 2018

L'anima malinconica e solenne dell'antica Monterano


Nella regione Lazio, a nord di Roma e a ovest di Bracciano, ad appena due chilometri da Canale Monterano nuova, sorgono i resti di quella che fu Monterano. Città di antico splendore, dalla storia travagliata fatta tanto di gloria quanto di abbandono. Oggi una della più affascinanti e ben conservate "città fantasma" d'Italia. Inserita in un contesto naturale prezioso: tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, nel cuore della Riserva Naturale Monterano, sorge su un'altura di tufo tra le forre del fiume Mignone e del torrente Biscione. L'intima commistione tra storia, architettura e natura ne fa luogo di rara emozione e indiscusso fascino.
E' necessario tratteggiare, anche solo brevemente, la storia millenaria di Monterano per comprendere pienamente la particolare e rarefatta atmosfera che aleggia tra le sue rovine.
I primi insediamenti si devono al popolo etrusco, di cui ancora oggi restano evidentissime  impronte. 
Sepolcreti etruschi.
Alla base stessa dell'altura madre della città ci si imbatte in sepolcreti etruschi, utilizzati poi nei secoli come cantine e stalle dai popoli che si sono succeduti al controllo. Infatti, passata sotto il dominio dell'Impero Romano e poi declinata con l'avvento dei Longobardi, la storia di Monterano non è che ancora all'inizio. Risorse durante il Medioevo per arrivare al periodo di massimo splendore con il ducato degli Altieri: papa Clemente X commissionò al Bernini opere di pregio per la città, che conobbe così la più florida fioritura. Tuttavia un oscuro destino di declino, ma non certamente di oblio, ha sempre seguito le fila della storia di Monterano. Dalla morte di Clemente X iniziò una lenta decadenza e lo spopolamento, questa volta definitivo, nel 1770 in seguito a un'epidemia di malaria e infine nel 1800 con l'incendio e il saccheggio da parte dell'esercito francese.

Ma veniamo a noi e a quello che, oggi, significa visitare ciò che rimane di così tanta storia lasciata da popoli diversi che si sono affaccendati in questi stessi luoghi.
Monterano vista dal sentiero.
Entrare nella riserva, seguendo il sentiero ben segnalato tra i boschi, verso le rovine, è come entrare in un'area magica, un perimetro protetto da forze misteriose e altro dall'esterno. Vedere comparire sull'altura, tra gli alberi, i resti di Monterano, imponenti, è il primo, diretto impatto, su quella che doveva essere stata la forza dirompente di questa città, che ancora oggi conserva il suo aspetto solenne, elegante e a tratti altero. Sarà per via della posizione sulla sommità, sarà per l'architettura robusta dei suoi edifici, essa pare dominare perfino la natura che si apre, riverente, intorno alle prestigiose rovine. 
Certamente non mancano, come in tutte le "città morte" che si rispettino, leggende dal sapore esoterico. Si racconta di un ponte, essenziale per superare il dislivello dell'abitato dalla strada sottostante, ma di difficile costruzione per via di un vento insistente e impetuoso tra le forre. Solo un patto con il diavolo portò alla costruzione, in una notte, di un ponte finalmente solido e indistruttibile. Tuttavia gli abitanti, banchettando con gli animali uccisi in sacrificio, scatenarono le ire del Maligno, che maledì la città condannandola al suo destino. 

Rovine dell'antica Monterano.

Rovine dell'antica Monterano.

Il Palazzo Baronale e la fontana del Bernini.

Salire in cima all'altura è entrare nel cuore della città antica. Perdersi tra un dedalo di viuzze ormai fatte di sentiero, con le rovine che emergono tra l'ambiente naturale, contendendosene a pieno titolo la scena. 
Primo su tutti il Palazzo Baronale Altieri, prestigiosa opera del Bernini, insieme alla Fontana del Leone posta sulla facciata, che come una potentissima macchina del tempo ci riporta a quello che doveva essere allora. Lo vedete? Il giovane Bernini affaccendato tra queste vie. Lo sentite, tornare intatto dal tempo passato, il vociare del popolo? La vita quotidiana, rumorosa, di questa città, improvvisamente di nuovo viva. Nella vostra mente che potentemente sa richiamare un passato imprigionato nelle solide mura. Le vicende dei nobili e del popolo, intatte, destinate a ripetersi, sempre uguali a come sono accadute, in un tempo ormai immutabile ma circolare. Che torna al suono del vento; che torna nella mente di voi visitatori dal cuore sensibile e dalla mente aperta; che torna negli occhi di chi sa vedere. Le ombre dei rami degli alberi su queste possenti mura di pietre dorate da un ultimo sole, non vi sembrano disegnare le sagome del passato? Rimandare a gioie, dolori, segreti irrivelabili richiamati dal tempo che fu. Un sentimento di circospetto silenzio ci invade. Rimaniamo così. Riverenti ad ascoltare un passato presente. Un tempo fatto di splendore e di declino, di gloria e di infamia, di potere e di sconfitta, così come la vita stessa.

E poi scendere a valle. E con questi sentimenti nel cuore, veder comparire in una aperta e vasta pianura circondata da boschi, quel che rimane della chiesa e convento di San Bonaventura e della fontana ottagonale attigua. Opere del genio creativo del Bernini anch'esse.

Resti chiesa San Bonaventura.

Resti chiesa San Bonaventura e fontana ottagonale.

Parlano, queste rovine. Raccontano da sole la loro storia. Così arrogantemente da urlarla. Non si può non sentirla. Prepotentemente poggiata sulla rugiada del verdissimo prato illuminato dal freddo tramonto invernale. Sparsa per l'aria rigida che ci avvolge in una dimensione atemporale. Insita nella materica fontana che si sovrappone alle linee della facciata della chiesa. C'è qualcosa di sovrannaturale, nei raggi di luce che filtrano dalle rovine per andarsi a posare, disegnandone netti i robusti contorni, sulla fontana. Qualcosa di studiato e certamente non casuale, dove ogni simbolo accresce un sentimento di reverenza non soltanto dovuto all'antichità e alla sacralità di queste rovine. C'è qualcosa di più, di inafferrabile e indefinibile: un'energia forse collegata direttamente al sottosuolo di questo territorio, dove tra boschi e pascoli di animali allo stato brado, scorrono acque solfuree con il loro tipico odore di zolfo che trascina direttamente nel mondo degli inferi. O data dallo scenario adatto alle streghe, con questa pianura piazza di incontri e di fatture. O dalla natura stessa addormentata dall'inverno, ma che conserva in sé la vita ad animare per osmosi le rovine. O dalla luce densa, quasi afferrabile e tangibile, che disegna sagome di spettri. 

Ma l'emozione più forte di tutta la visita a Monterano, quella che ci lascia senza parole e con il cuore che per un istante smette di battere, sospeso, catturato da un vortice temporale abissale e sconvolgente, è sicuramente l'interno del convento. Qui, tra un'intricata architettura più che indovinabile tra i crolli, nasce dalla loro stessa calce un fico di oltre duecento anni. Albero monumentale del Lazio, che con la sua circonferenza occupa l'ambiente principale della struttura e con i suoi nove metri d'altezza la supera, oltrepassando un ideologico soffitto che ormai non esiste più, in cerca del cielo. Di una libertà maggiore di quella che entra nella struttura pur oramai aperta. Perché di libertà, a dire la verità, dentro non c'è traccia. Si è schiavi assoluti, schiacciati dai cornicioni intatti più che da quelli crollati. Dalle rivelazioni di voci che non danno tregua. Ci seguono ossessive per i locali dell'ex-convento. Sono le vite dei sacerdoti, che qui non volevano stare neppure loro e che mano mano abbandonarono il convento, troppo isolato. Troppo insidioso. E' così oggi più che mai. C'è troppa solitudine in questo luogo. E tuttavia non c'è quiete. E' un luogo che ti imprigiona, ti costringe alla sua storia. La sacralità del posto, la sua bellezza di tetra malinconia, vi attrarranno come un vortice a cui è difficile sottrarsi. Ci si sente dentro qui. Dentro la chiesa, dentro la storia, dentro le vite, dentro il magico cerchio del tempo. Avvinghiati come le radici di questo fico, vivo come lo sono le rovine che lo circondano. Potenti e affascinanti allo stesso modo, come il groviglio di storie umane che qui si sono succedute. Ovunque si guardi, qui tutto significa. E l'albero di fico stesso, sacro ad Atena dea della saggezza e a Dionisio dio del vino, simbolo di immortalità, non è certamente qui per caso.

Interno chiesa San Bonaventura.

Fico cresciuto sulle rovine della Chiesa.


Abbandonata forzatamente la nostra circospezione, non ci resta che abbandonarci all'anima di questo luogo. Un'anima malinconica e solenne. Solcata dalla tristezza di un destino che ne ha voluto, beffardo, l'abbandono, ma che non vi si arrende mai pienamente. Basti pensare a quanti film sono stati girati proprio tra le rovine di Monterano: Guardie e ladri, Brancaleone alla crociate, Il marchese del Grillo di Monicelli, su tutti.
Il silenzio non calerà mai su questo luogo. E anche quando, gli ultimi visitatori se ne saranno andati e la notte si alzerà sopra Monterano, gelida e ventosa, i bisbigli di voci passate e mai messe sul serio a tacere, tesseranno l'alone mistico che copre, incorporeo quanto reale, le rovine di una città in verità vivissima.





venerdì 6 giugno 2014

Eraclea Minoa: la totalità degli elementi


Spiaggia di Eraclea Minoa
 
Capo Bianco

Chiudete gli occhi. Pensate ad un luogo. Ad una spiaggia.
Che caratteristiche deve avere perché ne sentiate l'anima?
Io penso ad una lunga spiaggia di sabbia chiara e morbida, accarezzata dalla luce di una giornata di fine estate. Ci aggiungo un mare trasparente, leggermente increspato affinché si senta più forte l'odore della salsedine. Il mare più vero. Vivo. Che mi sappia spiegare la libertà.
Ma ancora non basta. C'è altro. Una pineta. Una lunga pineta direttamente sul mare, che accarezza la costa per chilometri, parallela alla spiaggia. Con ombra benevola e verde generoso.
E poi una scogliera. Una sorpresa che si rivela solo alla fine della spiaggia. Solo per i tenaci. Quelli che hanno camminato e camminato per arrivare alla fine. Che poi non è affatto la fine. E' l'inizio di calette tra la roccia più bianca. Rivela sorprese.
E' tutto mi pare. 
Ma se aggiungiamo anche un fascino che proviene dall'antichità, dalla sacralità di un luogo che è stato dimora e scontro, per qualcuno, secoli fa, allora mi sembra d'aver inventato il luogo migliore della Terra. Dove non manca nulla.
Ma questo luogo non esce dalla mia fantasia. Esiste realmente. In Sicilia. Nella remota Sicilia meridionale, fatta di spazi e di silenzi. Di ombre e di luci.
Provincia di Agrigento. Eraclea Minoa. Un nome difficile da imparare, ma che vi resterà cucito nella mente dopo che sarete stati qui. Non c'è un paese, se non Cattolica Eraclea, ma a circa cinque chilometri, verso l'interno. Qui siamo in una località esclusivamente naturale. E antichissima. La spiaggia prende, infatti, il nome dalle rovine dell'antica città greca Heraclea Minoa, i cui resti guardano il mare dall'alto del promontorio bianchissimo che chiude la spiaggia. 

Dal basso, dopo aver camminato per tutta la spiaggia, lo vedrete. Il promontorio sul quale era costruita l'antica città. 
Si tratta di Capo Bianco, fatto di marne, il cui nome non è necessario spiegare da dove derivi.
 All'inizio appare così: di un bianco accecante tra cielo e mare. Dopo la spiaggia. Alla fine della pineta e del boschetto di eucalipti che la chiude. Avvicinatevi. Per scoprire il resto.

La prima sorpresa sono i fanghi. Quelli benefici per la pelle. Preziosi. La montagna, alla sua base, è fatta di questo. Non l'avrei notato, devo dire la verità, se non avessi visto gente camminare completamente ricoperta di fango. Aspettare che si secchi per poi risciacquarlo nell'acqua del mare, con un gesto antico e rituale. Purtroppo, però, molti non si accontentano dei pezzi di fango che si staccano naturalmente dalle pareti rocciose in seguito alla forza del mare e all'azione del vento. Tanti staccano con le proprie mani pezzi di fango dalla montagna, con il risultato di aver provocato pericolosi crolli e ridotto la forza della base del promontorio. 

Si cammina. Proprio sotto la roccia. Notandone le striature più scure che si alternano a quelle più chiare, con  un'affascinante combinazione geologica. 
La spiaggia è sottile. Tra il mare e la roccia. 
Per lo più camminerete in solitudine. Non tutti si spingono fin quaggiù.

E se andate ancora avanti troverete un passaggio segreto, tra la roccia che sembra chiudere definitivamente la spiaggia e invece lascia una piccola apertura da cui passano agevolmente solo i bambini o le persone di piccola statura. Se lo siete, potete passare dall'altra parte, in una piccola spiaggetta deserta, e poi continuare a camminare accanto al gigante di roccia, fino a scoprire dove finisce realmente. In un panorama quasi lunare, la roccia si fa sempre più bassa e levigata in morbide forme ondulate. Sulla sabbia frammenti di pietra.

Ed eccovi arrivati alla fine. 
Eraclea Minoa, la meravigliosa spiaggia con la pineta, si chiude con l'ultimo lembo di Capo Bianco. Il gigante termina con un cono a punta, tra mille striature di roccia bianca e beige. Dopo cambia tutto, continua il mare e vegetazione dunale, ma la magia si interrompe. Non siamo più qui. Non è più Eraclea Minoa, ma solo mare per chilometri e chilometri. 
E allora limitate qui. Godetevi la fine. Il punto più estremo. E scopritelo più umano e vicino di quanto non sia il promontorio, duro, che confina con la pineta. Qui, alla fine di tutto, la roccia imponente sembra ormai solo un ricciolo di panna montata a neve. E, qui, sarete veramente soli. Non passa quasi mai nessuno. La natura è tutta per voi. Voi siete per lei.
L'anima del luogo risplende di questa solitudine. La si può sentire urlare nel silenzio, la si può respirare con la salsedine, la si può riconoscere nella forza della roccia o nel vento che pare mescolare tutti questi elementi e restituirli direttamente alla nostra pelle. Anima con anima. La vostra. Quella del luogo. E poi la somma di entrambe.


Vi lascio raccontandovi di me. Di quando sono arrivata qui la prima volta. 
Giravo per la Sicilia, dormendo ogni giorno in una località diversa. Qui sono arrivata verso sera, gioendo per aver trovato una spiaggia così bella, affascinata dalla pineta e sicura di volermi fermare. 
La sera è cresciuta, divenendo presto una notte adolescente e poi matura. E io sulla spiaggia. Seduta. Qualche falò a rischiarare l'ambiente. Suono di chitarre lontane. Suono di giovinezza. Poi le stelle, nel cielo più scuro. Nessun paese d'intorno. Nessun'altra luce. Se non un chiarore latteo, un bagliore, dal lato destro della spiaggia. Interrogarmi curiosa. Chiedermi cosa fosse. Avrei scoperto solo il giorno dopo, con la luce del mattino, che si trattava di Capo Bianco. La roccia bianca riflette luce. Una meravigliosa scoperta che ho poi conservato negli anni.
Ma quella notte non restava che abbandonarmi al profumo dei pini e del mare, come può essere solo in una notte d'estate. Abbandonarmi a una natura sovrana. A un buio che mi proteggeva e mi faceva sentire parte del tutto. 
Perché la libertà più assoluta e la piccolezza di fronte alla natura sono esattamente la stessa cosa.