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venerdì 26 gennaio 2018

Il ricamo dei secoli nella roccia: le Grotte di Nettuno


Nella Sardegna nord - occidentale, in provincia di Alghero, il bel promontorio di Capo Caccia domina il paesaggio con la sua imponenza fatta di roccia calcarea, insinuandosi maestosamente nel mare e regalando panorami con scogliere a picco, dove i roccioni bianchi contrastano con il blu intenso del mare. Ma non è solo la dura bellezza di questo tratto di costa ad attirare milioni di visitatori. Il promontorio custodisce al suo interno anche un prezioso "segreto": le Grotte di Nettuno. Qui, stalattiti e stalagmiti di antichissima formazione, materializzano sotto gli occhi del visitatore il lentissimo passaggio del tempo, concretizzato in formazioni che risalgono a secoli fa. Un intricato ricamo di origine carsica, custodito in queste grotte, scoperte da un pescatore nel XVIII secolo. 

La scala del Cabirol.
Le grotte sono accessibili via mare oppure attraverso una scalinata detta: "Escala del Cabirol" (la scala del capriolo), poiché composta da 650 scalini scavati letteralmente nella roccia, che permettono di discendere rapidamente tutto il promontorio, fino ad arrivare al suo cuore: le grotte, il cui accesso di trova proprio al livello del mare. Un po' faticosa, ma sicuramente affascinante e consigliata è la possibilità di arrivarvi attraverso la scala, che permette di godere così anche il bel panorama del promontorio.
Nelle giornate in cui il mare è calmo, il vento leggero e il sole ancora non eccessivamente caldo, ma neppure più freddo, la discesa alle grotte diventa una piacevolissima passeggiata alla scoperta del promontorio. Suggestivo percorrere i tratti dove l'imponente scogliera calcarea è proprio verticale e i falchi volano nelle spaccature tra roccia e roccia. Sotto, il mare blu. Si respira l'odore intenso dello iodio che regala benessere e ricarica di energia. Ci fa sentire allegramente "in
La scala del Cabirol.
vacanza", entusiasti. La mente divaga, l'occhio si rilassa attratto da una barchetta a vela bianca, pigramente adagiata nel mare. Rallentiamo e ritardiamo la discesa, fermandoci a godere del luogo, amabilmente accarezzati dal tiepido e piacevole sole. 
Poi la curiosità di scendere fino alle grotte ci convince a procedere, mettendo da parte la lentezza tipica di uno spirito vacanziero. Non si può nemmeno dire che le grotte siano il meritato premio dopo la fatica della discesa, perché questa volta, a dire la verità, è così piacevole che il tratto appare fin troppo breve (un po' meno lo sarà al ritorno, in salita). 
L'utima parte del percorso si fa più emozionante, quando gli scalini diventano più stretti e ripidi e si inizia a vederne il termine: l'entrata delle grotte. E ci si accorge di essere scesi per tutto l'alto promontorio, che ora ci sovrasta, fino al livello del mare.

Panorama lungo la scala del Cabirol.


Entrata delle Grotte di Nettuno.

L'esterno delle grotte è una suggestiva promessa di ciò che ci aspetta. L'acqua del mare entra, insinuandosi tra formazioni calcaree arzigogolate e di diversa composizione geologica. Stare qui, un po' isolati dal mondo, tra il mare blu e le rocce, è già entusiasmante, ma ancora è nulla rispetto a ciò che ci aspetta entrando nelle grotte. Questo è possibile solamente tramite una interessante visita guidata, che parte all'incirca ogni ora, e ci condurrà all'interno. Le grotte sono lunghe qualche chilometro, ma la parte visitabile non è che qualche centinaio di metri, che però valgono tutti il prezzo del biglietto. 
Passare il punto d'entrata è un'emozione fortissima. Le stalattiti e stalagmiti che si intuivano all'esterno, ora non fanno che moltiplicarsi all'impazzata. Sono tantissime. Ovunque. Alcune enormi. Altre piccolissime. Alcune isolate in grandi colonne imponenti, altre raggruppate a centinaia, sottilissime. L'impatto visivo è notevole. Ma soprattutto, quello che più colpisce, è l'impatto emotivo. Si avverte all'inizio una leggera sensazione di claustrofobia: si passa da un ambiente esterno ricco di aria, di luce, di rumore, ad un ambiente chiuso, dove la luce è soffusa e i suoni ovattati. Un mondo sotterraneo, intimo e segreto, cuore del promontorio che ci sovrasta.
E' un mondo a parte. La sensazione è quella di trovarsi al centro della Terra, in un luogo a sé, dove rimarremmo per sempre, fuori dallo scorrere del tempo convenzionale. Davanti a noi ci sono secoli di storia, scolpiti su queste stalattiti e stalagmiti. Ogni centimetro di esse ha impiegato anni e anni per formarsi, ed ora, questi anni, sono tutti davanti ai nostri occhi, nell'intricato ricamo di roccia all'interno di questa grotta. Si ha la sensazione di poterlo dominare, il tempo. Qui dove esso pare tutto racchiuso insieme. E a un certo punto, l'idea che sia questa la vera realtà, che non torneremo più al mondo di prima, ma resteremo per sempre qui dentro, sospesi custodi del segreto del tempo, non ci spaventa più. Tutto si placa. Il cuore prende a battere lento e tranquillo. Siamo pronti a vivere qui millenni, fuori dal mondo e dal tempo reale. 
Si respira l'umidità. Lentamente. Ci si abitua alla penombra. Ad essere noi stessi ombre del tempo. 

Stalattiti all'interno delle Grotte di Nettuno.
 
Stalattiti, colonne e il lago salmastro all'interno delle Grotte di Nettuno.

Visitiamo vari ambienti. La prima sala è dominata addirittura da un lago salato all'interno. Alle varie conformazioni sono stati dati, negli anni, nomi di fantasia a seconda della loro forma: l'Organo, l'Albero di Natale, ecc. ecc. Ma non è certo compito mio illustrarvi nello specifico queste grotte. Io sono qui per raccontarvi la loro anima. E l'anima di questo luogo è sicuramente l'acqua e i minerali di cui è fatto. La materia prima, viva. E il tempo testimone di tutte le cose. Qui è vivo, il tempo. Rimasto tutto fissato in ogni centrimetro di roccia. Custodito da un ambiente sicuro, cuore del promontorio di Capo Caccia. 
Un'anima che affascina. Spaventa e poi attrae e lusinga a restare. Certi che qui, sia possibile vivere per sempre. Divenuti roccia anche noi.
E invece, terminato il tempo di visita, una guida gentile ci condurrà all'esterno. Al solito mondo fatto di luce, rumore, colore. Fatto dal normale scorrere del tempo. Fatto di presente. Respiriamo l'aria, forse sollevati. Un po' storditi dalla luce e dai rumori del nostro mondo. Forse, ora, solo un po' più banale.



venerdì 6 giugno 2014

Eraclea Minoa: la totalità degli elementi


Spiaggia di Eraclea Minoa
 
Capo Bianco

Chiudete gli occhi. Pensate ad un luogo. Ad una spiaggia.
Che caratteristiche deve avere perché ne sentiate l'anima?
Io penso ad una lunga spiaggia di sabbia chiara e morbida, accarezzata dalla luce di una giornata di fine estate. Ci aggiungo un mare trasparente, leggermente increspato affinché si senta più forte l'odore della salsedine. Il mare più vero. Vivo. Che mi sappia spiegare la libertà.
Ma ancora non basta. C'è altro. Una pineta. Una lunga pineta direttamente sul mare, che accarezza la costa per chilometri, parallela alla spiaggia. Con ombra benevola e verde generoso.
E poi una scogliera. Una sorpresa che si rivela solo alla fine della spiaggia. Solo per i tenaci. Quelli che hanno camminato e camminato per arrivare alla fine. Che poi non è affatto la fine. E' l'inizio di calette tra la roccia più bianca. Rivela sorprese.
E' tutto mi pare. 
Ma se aggiungiamo anche un fascino che proviene dall'antichità, dalla sacralità di un luogo che è stato dimora e scontro, per qualcuno, secoli fa, allora mi sembra d'aver inventato il luogo migliore della Terra. Dove non manca nulla.
Ma questo luogo non esce dalla mia fantasia. Esiste realmente. In Sicilia. Nella remota Sicilia meridionale, fatta di spazi e di silenzi. Di ombre e di luci.
Provincia di Agrigento. Eraclea Minoa. Un nome difficile da imparare, ma che vi resterà cucito nella mente dopo che sarete stati qui. Non c'è un paese, se non Cattolica Eraclea, ma a circa cinque chilometri, verso l'interno. Qui siamo in una località esclusivamente naturale. E antichissima. La spiaggia prende, infatti, il nome dalle rovine dell'antica città greca Heraclea Minoa, i cui resti guardano il mare dall'alto del promontorio bianchissimo che chiude la spiaggia. 

Dal basso, dopo aver camminato per tutta la spiaggia, lo vedrete. Il promontorio sul quale era costruita l'antica città. 
Si tratta di Capo Bianco, fatto di marne, il cui nome non è necessario spiegare da dove derivi.
 All'inizio appare così: di un bianco accecante tra cielo e mare. Dopo la spiaggia. Alla fine della pineta e del boschetto di eucalipti che la chiude. Avvicinatevi. Per scoprire il resto.

La prima sorpresa sono i fanghi. Quelli benefici per la pelle. Preziosi. La montagna, alla sua base, è fatta di questo. Non l'avrei notato, devo dire la verità, se non avessi visto gente camminare completamente ricoperta di fango. Aspettare che si secchi per poi risciacquarlo nell'acqua del mare, con un gesto antico e rituale. Purtroppo, però, molti non si accontentano dei pezzi di fango che si staccano naturalmente dalle pareti rocciose in seguito alla forza del mare e all'azione del vento. Tanti staccano con le proprie mani pezzi di fango dalla montagna, con il risultato di aver provocato pericolosi crolli e ridotto la forza della base del promontorio. 

Si cammina. Proprio sotto la roccia. Notandone le striature più scure che si alternano a quelle più chiare, con  un'affascinante combinazione geologica. 
La spiaggia è sottile. Tra il mare e la roccia. 
Per lo più camminerete in solitudine. Non tutti si spingono fin quaggiù.

E se andate ancora avanti troverete un passaggio segreto, tra la roccia che sembra chiudere definitivamente la spiaggia e invece lascia una piccola apertura da cui passano agevolmente solo i bambini o le persone di piccola statura. Se lo siete, potete passare dall'altra parte, in una piccola spiaggetta deserta, e poi continuare a camminare accanto al gigante di roccia, fino a scoprire dove finisce realmente. In un panorama quasi lunare, la roccia si fa sempre più bassa e levigata in morbide forme ondulate. Sulla sabbia frammenti di pietra.

Ed eccovi arrivati alla fine. 
Eraclea Minoa, la meravigliosa spiaggia con la pineta, si chiude con l'ultimo lembo di Capo Bianco. Il gigante termina con un cono a punta, tra mille striature di roccia bianca e beige. Dopo cambia tutto, continua il mare e vegetazione dunale, ma la magia si interrompe. Non siamo più qui. Non è più Eraclea Minoa, ma solo mare per chilometri e chilometri. 
E allora limitate qui. Godetevi la fine. Il punto più estremo. E scopritelo più umano e vicino di quanto non sia il promontorio, duro, che confina con la pineta. Qui, alla fine di tutto, la roccia imponente sembra ormai solo un ricciolo di panna montata a neve. E, qui, sarete veramente soli. Non passa quasi mai nessuno. La natura è tutta per voi. Voi siete per lei.
L'anima del luogo risplende di questa solitudine. La si può sentire urlare nel silenzio, la si può respirare con la salsedine, la si può riconoscere nella forza della roccia o nel vento che pare mescolare tutti questi elementi e restituirli direttamente alla nostra pelle. Anima con anima. La vostra. Quella del luogo. E poi la somma di entrambe.


Vi lascio raccontandovi di me. Di quando sono arrivata qui la prima volta. 
Giravo per la Sicilia, dormendo ogni giorno in una località diversa. Qui sono arrivata verso sera, gioendo per aver trovato una spiaggia così bella, affascinata dalla pineta e sicura di volermi fermare. 
La sera è cresciuta, divenendo presto una notte adolescente e poi matura. E io sulla spiaggia. Seduta. Qualche falò a rischiarare l'ambiente. Suono di chitarre lontane. Suono di giovinezza. Poi le stelle, nel cielo più scuro. Nessun paese d'intorno. Nessun'altra luce. Se non un chiarore latteo, un bagliore, dal lato destro della spiaggia. Interrogarmi curiosa. Chiedermi cosa fosse. Avrei scoperto solo il giorno dopo, con la luce del mattino, che si trattava di Capo Bianco. La roccia bianca riflette luce. Una meravigliosa scoperta che ho poi conservato negli anni.
Ma quella notte non restava che abbandonarmi al profumo dei pini e del mare, come può essere solo in una notte d'estate. Abbandonarmi a una natura sovrana. A un buio che mi proteggeva e mi faceva sentire parte del tutto. 
Perché la libertà più assoluta e la piccolezza di fronte alla natura sono esattamente la stessa cosa. 




domenica 4 maggio 2014

Bianco assoluto alla Scala dei Turchi


Oggi vi porto ancora una volta in Sicilia. Per la precisione a Realmonte, un piccolo paese vicino Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. E' qui che si nasconde un gioiello della natura. Uno di quei luoghi che non hanno bisogno di esser di passaggio, sotto gli occhi di tutti, per far parlare di sè. Si tratta di una scogliera dal nome imponente: Scala dei Turchi. 
E' la parte finale della spiaggia di sabbia di Realmonte. Superati i lidi e la confusione, camminando per tutta la spiaggia tenendo il mare alla propria sinistra, alla fine noterete la sabbia terminare in un promontorio di roccia bianca che chiude la spiaggia. Questa è la Scala dei Turchi. Il termine del cammino, se non si conosce il territorio, se non si ha voglia di esplorare. Se ci si accontenta. Perché quello che si vede dalla spiaggia non è che la punta dell'iceberg della meraviglia di questo luogo. 
Avvicinandovi noterete che la roccia è fatta a gradoni levigati che permettono facilmente di arrampicarsi anche a piedi nudi. Il nome "Scala" dipende proprio da questo: la roccia di marna calcarea è stata levigata dalla pioggia, dal vento, dalle onde e, nei secoli, ha assunto la forma di gradoni come se fosse una vera e propria scala. 
La natura è sempre il migliore architetto. 
Dicevo, dunque, che è possibile salire anche per chi non è poi così abituato e sportivo. E, una volta arrivati alla sommità o semplicemente girato attorno alla punta, il panorama si apre sorprendentemente. 



Il promontorio si estende ancora per alcuni chilometri e si trasforma in una vera e propria scogliera a picco su un mare cristallino, distribuito tra piccole baie sabbiose ai piedi della roccia.
Tutto un altro panorama rispetto alla semplice spiaggia di sabbia che ci siamo lasciati alle spalle. La Scala non è il limite, ma l'inizio di un tratto di costa unico, intimo, inaspettato, protetto dai grandi gradoni bianchi. Qui l'atmosfera è tutta diversa. Tira il vento e il sole picchia riflesso sulla roccia bianchissima. La luce è accecante e il contrasto tra il bianco assoluto e il blu del mare è il protagonista indiscusso che accompagna la nostra meraviglia. 

Paragonatela a neve. Paragonatela a panna montata. O solo a una nuvola di cielo riproposta sulla Terra dalla natura generosa. Quel che è certo è che questo è uno dei più bei tratti di costa della Sicilia meridionale. 
Famoso e allo stesso tempo rimasto intimo e incontaminato. Protetto, forse, dall'illusione che la spiaggia termini dall'altra parte o dalla pigrizia di chi ama la comodità della sabbia.

Che a guardar bene, poi, anche qui c'è la possibilità di scendere a mare in una delle tante piccole calette sabbiose che si formano tra la roccia. E qualcuno ne approfitta, godendosi il mare più solitario in uno scenario unico che ben vale, a mio avviso, la camminata.


Un tempo questo era il luogo prediletto dai pirati, di qui la spiegazione della seconda parte del nome "Scala dei Turchi". Essi approdavano riparati dalla scogliera, senza essere visti, e da qui facilmente si arrampicavano per fare razzie nelle campagne circostanti. E' buffo oggi, di fronte a tanta bellezza, pensare che questo sia stato anche luogo di violenza. Approdo di pirati. Sarà perché il bianco della roccia è talmente intenso che anche l'anima del luogo ne appare contaminata. 
Un'anima bianca, pura, assoluta. E bellissima. 


Tra i gradoni di roccia morbida sedetevi a guardare la linea dell'orizzonte. Provate, per una volta, la stessa sensazione che provano i gabbiani sulle scogliere. Una sensazione di ampio, di libertà, di vento.
E non abbiate paura di sentirvi piccoli di fronte alla perfezione della natura.
E' proprio questo il bello!


domenica 27 aprile 2014

La spiritualità di Capo Tindari


Tindari è una graziosa località della Sicilia settentrionale, nel territorio di Patti, in provincia di Messina. E' famosa per la presenza del Santuario dedicato alla Madonna Nera, probabilmente di provenienza orientale, scolpita in legno di cedro, che attira fedeli e curiosi da tutto il mondo. Il Santuario sorge esattamente sul  promontorio Capo Tindari, a picco sul mare, in una posizione senz'altro suggestiva.

Santuario della Madonna Nera

E' piacevole sostare nel piazzale antistante il Santuario, curiosare tra le bancarelle di souvenir religiosi e osservare il via vai dei fedeli. L'atmosfera che si respira è un sentimento diffuso e coinvolgente di spiritualità, che si sia credenti o meno.
La religione e la fede per chi crede. La spiritualità per tutti. 
Ossia quel sentirsi in un luogo speciale, che parla all'anima, che ha un'anima. E tanto è più vero se, lasciandoci alle spalle il Santuario, ci affacciamo dal magnifico belvedere del piazzale e rimaniamo incantati dallo spettacolo che si apre ai nostri occhi.

Laguna Oliveri e Spiaggia di Marinello

Sotto di noi, a picco sul mare, un magnifico gioco di acque, sabbie e di luce.
Si tratta della spiaggia di Marinello (detta anche Mare Secco) e dei sette laghetti, più o meno grandi, che costituiscono la laguna Oliveri, alle spalle della spiaggia. 
Spettacolare! 
Circolano leggende circa la formazione di questa spiaggia, la più diffusa delle quali narra di una bambina caduta dal piazzale del Santuario e ritrovata illesa sulla spiaggia formatasi dall'improvviso ritiro delle acque, per proteggere la piccola. Leggenda o fede, quello che è certo è che qui la perfezione della natura è totale. 
I laghetti e la punta della spiaggia modificano la loro forma ogni giorno, in seguito all'azione delle correnti e del vento che spostano la sabbia e la modellano a loro piacimento. Ogni volta, perciò, è una sorpresa l'assetto della laguna. E cambia sempre, in un moto perenne di forze naturali. 

Particolare della spiaggia

E di fronte a questo panorama, non si può non percepire la spiritualità della natura. La sua anima più vera che si manifesta senza remore e si unisce al credo dei pellegrini giunti al Santuario. Si ha una sensazione di totalità, di perfezione, di unicità di un luogo tanto completo da sembrare messo lì apposta per stordire l'uomo. Per emozionarlo e rapirlo. Per affascinarlo e trasportarlo in una dimensione tutta particolare. Dove la natura diventa anch'essa sacra, dopo aver visto quello che riesce a creare. Non rimane solo di contorno al Santuario, ma ne diventa parte integrante e imprescindibile. La spiritualità qui è ovunque. E' nel luogo stesso. E' il luogo.

 
Se si scende alla spiaggia, sarà bello camminare fino alla punta estrema, dove il mare si apre da entrambi i lati, mentre i piedi affondano in una sabbia chiara morbidissima.





C'è anche la possibilità di avvicinarsi ai laghetti. Qui l'ambiente è salmastro di tipo lacustre, con una flora e una fauna protette dall'istituzione della riserva naturale.
Sulla spiaggia iniziano ad aprirsi pozze di fanghi e cespugli di vegetazione che via via diventano sempre più numerosi e attorniano i laghetti, in un cambio repentino rispetto al vicinissimo ambiente marino. 
Ma come non notare, in cima al promontorio, il Santuario dove eravamo fino a un attimo fa? Da qui fa impressione vederlo tutto intero, costruito proprio sulla roccia di Capo Tindari, a picco sul mare. 
 


Viene voglia di sedersi qui e godersi tutto: il Santuario, la roccia, i laghi, la sabbia, il mare. Tutto il connubio di elementi che fanno questo luogo così speciale. E soprattutto, sentire che ha qualcosa da trasmetterci, che ha un'anima che sa toccare le corde della nostra interiorità, pronta a lasciarci qualcosa di nuovo dentro, quando infine andremo via.