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domenica 16 aprile 2017

Un inizio primavera ai Lagustelli di Percile


Oggi voglio condurvi in uno dei luoghi più suggestivi e meno conosciuti del Lazio: i Lagustelli di Percile. Siamo all'interno del polmone verde dei Monti Lucretili, in provincia di Roma. Basta un'oretta di strada dalla capitale, per entrare nel contesto assolutamente naturale e rigenerativo di questo parco nazionale. 
Lagustelli è la denominazione con cui si identificano i due piccoli laghi carsici, siti a pochi chilometri dal genuino paese di Percile: il lago Fiaturno e il lago Marraone. Vi si accede attraverso un percorso abbastanza semplice, una volta posteggiata la macchina all'inizio della tenuta gestita dalla Forestale. Si tratta di una piacevole passeggiata su un sentiero sterrato, circondato dal verde, che in una ventina di minuti ci condurrà al lago principale. Ma andiamo con calma. Non è importante solo la meta, ma anche il viaggio. Soprattutto se riserva piacevoli sorprese come in questo caso. 
Intanto, qui ci dà il benvenuto l'aria pulita e profumata di bosco. Per noi che arriviamo dalla città è subito evidente, d'impatto, quando scendiamo dalla macchina. I polmoni si aprono, approfittando automaticamente di questa prima sorpresa. Noi ci sentiamo già più distesi. E iniziamo a camminare. 

Cavalli in libertà.
Presto anche l'udito si mette in allerta. Rimbombano sulla terra i passi di animali che si muovono tra la vegetazione. Cerchiamo, incuriositi, di visualizzarli. Ed eccola, la seconda sorpresa: una mandria di cavalli in libertà. Pascolano sui prati che abbracciano il nostro sentiero. Devono essere abituati alla presenza dell'uomo perché non si intimidiscono né si mostrano minacciosi. Continuano a pascolare, flemmatici, e soltanto uno più curioso alza la testa per guardarci bonariamente, prima di proseguire le sue attività.
Cavalli in libertà.
Devono essere abituati, sì: a una umanità che, da queste parti, deve aver saputo proteggerli e rispettarli nel corso delle generazioni. Perché nel dna di questi cavalli c'è l'assoluta fiducia nell'uomo. Per loro, noi che passeggiamo qui, siamo parte della natura che li circonda. Normali. Ecco, sì: siamo normali. Come i fiori, gli alberi; come l'aria; come gli altri animali che bazzicano da queste parti; come ogni altro elemento del loro universo. Ed è meraviglioso esserlo.

Ma le sorprese non sono ancora finite. Durante il percorso, soffermandosi ad osservare, è impossibile non notare che è primavera. Inizio della primavera, per essere precisi. L'istante in cui ci sono ancora i segni dell'inverno, ma i semi della bella stagione sono già stati gettati e sono in fieri. 

La primavera sta lottando per avere la meglio.
Vegetazione spontanea.
E così, tra le tristi foglie invernali ormai secche, radunate dal vento ai margini del sentiero, ecco spuntare una primula spontanea. Carnosa, giovane, colorata e sfrontatamente vitale proprio per il contrasto con quello che la circonda. Una promessa di vita.
La vita che vince la morte. 
Vegetazione spontanea.
Così come la violetta, sempre spontanea, che timidamente fa capolino dal terreno. Nata tra pietre e foglie morte. Macchia di colore e di vita. Deliziosamente bella nella sua discreta delicatezza. 






E così, camminando camminando, distratti ormai da quella che era la meta che ci ha spinto a metterci in cammino, quando non è più così impellente arrivarvi, appagati come già siamo dalle altre bellezze che ci circondano, ecco che il maggiore dei laghetti di Percile (l'altro è troppo coperto dalla vegetazione per accedervi), si para di fronte a noi. E, diciamo la verità, ci lascia senza fiato con la sua bellezza e ci ricorda benissimo, ora che l'abbiamo di fronte, perché volevamo arrivarvi. 
E' verdissimo, intatto e prezioso come il più bello smeraldo. Un gioiello. 
Il diametro è di circa 96 metri, un paesaggio da fiaba li circonda tutti. Il bosco di abeti intorno, si riflette perfettamente nelle sue acque. Il verde fa da contrasto con il bianco delle sue sponde. Non c'è nessuno. Solo silenzio. Anzi no: si sente il gracidare delle rane e il lento sposarsi dell'acqua che produce il loro movimento. E poi il canto degli uccelli. E il vento. 
Il lago è tutto per noi, è il nostro umanissimo paradiso fuori dal mondo. Facciamo il giro di tutto il perimetro, sotto il bosco. Poi ci sediamo su un tronco e osserviamo il lago. Lo interiorizziamo, lo facciamo nostro. Poterlo accogliere tutto con un solo sguardo ce lo rende conoscibile, familiare. Ci dà l'illusione di possederlo e che non possa avere segreti per noi. 
Ci chiediamo solamente dove siano le ninfe e le fate dei boschi, perché con un paesaggio così, neppure noi adulti razionali ci meraviglieremmo di vederle spuntare dietro qualche tronco d'albero o scorgerle sedute sulle rive. E' un luogo incantato e incantevole, questo. La sua anima è la una natura intatta, che l'isolamento preserva. E' l'acqua, specchio del bosco. E' il bosco, rifugio degli animali e pace dei nostri pensieri. E' bellezza e incanto della perfezione degli elementi del paesaggio che qui compongono un quadro di un emozionante equilibrio.

Lago Fiaturno.
 
Lago Fiaturno.
 

Il cuore batte, accelera incredulo come di fronte alla bellezza della persona amata. E poi rallenta, una volta sicuro che il lago non sia frutto dell'immaginazione, che non scomparirà come un sogno di inizio primavera. E una volta calmo, il respiro si fa più lento e profondo, la mente si apre e l'anima si estende e si unisce con quella del luogo.
Tornare a Fiaturno è la promessa che facciamo a noi stessi. Presto vi terremo fede. 




lunedì 13 marzo 2017

Le atmosfere della cittadina di Anguillara Sabazia


Centro storico di Anguillara.

Tra le località che si affacciano sulle sponde del lago di Bracciano: Bracciano - appunto -, Trevignano Romano e Anguillara Sabazia, quella che amo maggiormente "vivere" a livello di atmosfera che vi si respira, è sicuramente quest'ultima. Anguillara è una cittadina poco distante da Roma, raggiungibile facilmente dalla capitale per rilassarsi anche solamente per un pomeriggio, abbandonati sul felice lungolago. 
Il nucleo storico della cittadina cresce arroccato sopra un promontorio che si sporge verso lago. Le case sembrano salire, una vicina all'altra, fino al culmine, dove si trova la chiesa dell'Assunta che domina il panorama. Questa posizione particolarmente affascinante, regala all'abitato un profilo caratteristico e riconoscibile, oltre a un'ottima esposizione alla luce solare. C'è luce, ad Anguillara. Una luce generosa che si insinua nei vicoli medievali del centro, e diventa densa e aranciata con l'avvicinarsi del tramonto, tingendo il paesino di un velo dorato di sogno. 
E poi c'è il lungolago, estesissimo, che parte dalla base del centro storico e prosegue per svariati chilometri e permette, allontanandosi, di ammirare il paese in una visione d'insieme. Il promontorio con il centro storico si protende nel suo lago, con cui pare giocare una partita paritaria: il paese domina il lago; il lago domina il paese. Allo stesso modo. Parte integrante l'uno dell'altro.
E ci sono le atmosfere che questa cittadina e la sua natura sanno regalare, che a mio avviso sono la vera anima di questo luogo. Innanzitutto un'atmosfera di serenità. Come non fermarsi in una delle panchinette che animano il lungolago di Anguillara, e stare semplicemente lì? A godersi lo scorrere della vita. A sentirla, la vita. Nell'acqua quieta del lago. Nel sole che ci accarezza la faccia. Nel fruscio delle foglie dei platani, al vento della primavera. Semplicemente. Meravigliosamente.
Ci si distende, ad Anguillara. Ci si invaghisce di qualcosa di prezioso e raro: della tranquillità dello scorrere della giornata. Dei ritmi rilassati che ti permettono di avvicinarti al luogo e fruirlo ampiamente. Non è pretenziosa, Anguillara; non possiede la bellezza vistosa e indiscussa di altri borghi, di maggiore impatto e fama turistica. Anguillara conquista piano piano, con un fascino che si rivela lentamente, vivendola, e ti entra dentro per restarvi aggrappato nel tempo.

Anguillara. Panorama del lago.
Qual è, dunque, l'anima di Anguillara?
Io la vedo venir fuori tra la silhouette dei rami dei suoi alberi affacciati sul lago. Quando è nuvoloso, eppure il sole filtra tra le nubi e va a illuminare la superficie dell'acqua. E ti basta questo spettacolo: questo gioco di buio e luce, chiaro e scuro, vita e morte che si intrecciano, per aprire il pensiero fino a sentire il senso di tutte le cose.

Panorama del lago.
La vedo, l'anima di Anguillara, nel suo lago quieto, all'ora del giorno in cui l'acqua diventa dello stesso colore dei rilievi e del cielo e, in questa uniformità, spiccano solamente le vele di due barchette lontane, bianche, e i profili delle pietre e dei tralicci, neri. Opposti, eppure complementari nello stesso paesaggio. Dove ciò che è opera dell'uomo, diventa anch'esso parte della natura d'acqua entro cui si riflette. Un tutt'uno che solo di una cosa ci parla: di quiete.

La vedo, nel delizioso pontile della cittadina, appena calata la sera. Quando, tra le nuvole che ricamano il cielo con tutte le tonalità del rosa, le luci appena accese del pontile diventano parte del paesaggio. Non più totalmente umano, non solo totalmente naturale. La sento forte, l'anima, nel profilo di questo pontile che si allunga, delicatamente dentro le acque di un lago calmissimo, ornato da pietre gentili, e ne diventa parte integrante. La vedo nell'atmosfera di sogno che ci regalano i lampioni accesi, replicati nel loro stesso riflesso nell'acqua, specchio di luci e di colori. Nel perfetto equilibrio di tutte le cose, che qui si compongono in uno scenario emozionante, ecco: qui io vedo l'anima di Anguillara.

Anguillara: il pontile, la sera.
 
Un'anima pacata, equilibrata, serena, dolce e struggente al tempo stesso. Un'anima che dopo averti regalato un tramonto così, può solamente farti venire la voglia di tornare qui, ancora un'altra volta. Presto.


domenica 8 gennaio 2017

Di nuovo al Parco di Veio: itinerario mole di Calstelnuovo di Porto



Eccomi di nuovo qui: al Parco di Veio. Come vi ho raccontato nel post precedente, il territorio di quest'area protetta è veramente molto vasto e dopo il primo approccio seguendo l'itinerario da Formello, la tentazione di tornare a Veio si è fatta quasi subito insistente. Un paio di domeniche dopo, con l'autunno ormai inoltrato, eccomi alla scoperta dell'itinerario per le mole di Castelnuovo di Porto. Siamo un po' più distanti da Roma, leggermente più a nord, e qui le indicazioni degli itinerari sono ancora più labili della volta precedente. Occorre sicuramente superare il laghetto di pesca sportiva, su via Pian Braccone Francalancia, parcheggiare l'auto e poi, ancora una volta, seguire solo il proprio istinto e il rumore dell'acqua. Forse sbaglierete strada, come è successo a me, più e più volte, e vi chiederete quale delle diramazioni prendere, in cerca di queste mole poco conosciute, che sembrano essere da nessuna parte, ma una volta imboccato il sentiero giusto, le vostre fatiche saranno ripagate. Qui ci si immerge in un mondo fatato. Intimo e suggestivo. Ritroviamo sicuramente tutti gli elementi tipici del Parco di Veio: i corsi d'acqua, i prati, i boschi dagli accesi colori autunnali, la natura sovrana. Tuttavia qui la composizione di questi elementi trova una originale e particolarissima via di espressione, che la distingue nettamente dall'itinerario di Formello. Se quello regalava ampi spazi, libertà, se era tutto esteriore e si mostrava apertamente, propenso verso l'esterno, qui le cose sono differenti. L'anima di questo luogo è intima, segreta, celata. Tutta da scoprire. Un'anima timida. Meno fruibile, sicuramente. Chiusa un po' in se stessa. Forse addirittura gelosa della sua bellezza e disposta a svelarsi solo a chi sa osare, a chi sa guardare, o a chi vuole a tutti i costi farlo. Innanzitutto il percorso è tutto dall'alto, su una strada inizialmente cementata e poi fatta di terra, che costeggia il corso d'acqua sottostante, protetto e celato dal bosco. Bisogna avere pazienza. E ogni volta che si trova un varco, scendere per cercare maggior contatto col luogo. Ma si viene ripagati totalmente: una volta dentro è come farne parte, di questo luogo elitario e magico. Di una bellezza schiva e vera che ti avvolge.
La prima tappa possibile, scendendo, rivela un corso del fiume sicuramente più ampio di come si immaginava, intravedendolo, dall'alto. Circondato da vegetazione e da alberi. Fatto da tante piccole isole di pietra e di prato, in mezzo a un'acqua che trascina romanticamente foglie gialle, cadute dagli alberi ormai in parte già spogli. Sedersi su rive di pietre levigate dall'acqua. Ammirare il paesaggio. Ascoltare il rumore dell'allegra corrente. Sentire il luogo. La sua magia.




E poi riprendere il cammino. Risalendo per percorrere l'unica strada possibile, in alto, che ci stacca nuovamente dal pieno contatto con il corso d'acqua, ma forse proprio per questo lo fa apparire più misterioso, più desiderato. Ogni tappa, qui, è una piccola ma totale conquista di un pezzetto del luogo. 

Mole di Castelnuovo di Porto.
Le stesse mole, che danno il nome all'itinerario, non sono esattamente così evidenti come ci si potrebbe aspettare. Anch'esse vanno cercate, scoperte, conquistate con la buona volontà e la tenacia. Quando il rumore dell'acqua si fa più insistente all'udito, cercate di aprirvi un varco alla vista in mezzo agli alberi, e guardate in basso. Eccole, le cascate che stavate cercando. Tra felci e muschi, trascinano anch'esse le foglie autunnali e contribuiscono ad accrescere il fascino del panorama boschivo. Ma non è ancora questo, a mio avviso, il punto più bello del nostro percorso. Camminando su un sentiero che ora è fatto di terra coperta da un tappeto di foglie secche, in un silenzio irreale rotto soltanto dal rumore dei nostri passi, ecco che sotto la chioma di un albero ritroviamo il corso d'acqua, ridotto qui a piccolo rivolo, ma attorniato da uno spazio più esteso, dove, finalmente, è possibile camminare per un pò a livello dell'acqua. Sicché scendiamo, con attenzione, sulle rive di questo ruscelletto, e qui veniamo inghiottiti totalmente dalla verità del luogo. Qui raggiungiamo la profondità della sua anima. E' come se, finalmente, divenuto più fruibile - per noi che l'abbiamo voluto, per noi che siamo stati tenaci -, ci si rivelasse.


Il torrente scorre con piccoli salti, tra rocce, muschi ed edera arrampicata. Dietro, il bosco fitto. E le fate. E le favole antiche. Questo luogo fiabesco ora ci cattura totalmente col suo fascino che da schivo si fa totalizzante. Nessuna via di mezzo è possibile qui: o si resta distaccati o si diventa creatura di bosco, anche fosse per mezz'ora soltanto.
La magia infatti dura per il tempo che rimaniamo lì, prima di risalire e di tornare così alla nostra realtà, lasciando che il luogo torni invece alla solitudine dei suoi segreti, chiuso, celato nuovamente alla nostra comprensione, col bosco che lo protegge anche alla vista.

E così torniamo indietro, verso la nostra auto, verso la fine di questa giornata. Ci accompagna lungo la strada sempre un bel panorama di alberi autunnali, ma la sensazione è che la verità di questo luogo sia tutta là sotto, oltre i fitti alberi che ammiriamo, ora, con la consapevolezza di avergli rubato, seppur per pochissimo tempo, il segreto dell'anima del luogo che proteggono.
Arrivederci Parco di Veio, alla prossima volta. Alla prossima magia.
 

giovedì 7 aprile 2016

L'eleganza ammaliante dei cigni sul lago di Bracciano


Ho già scritto del lago di Bracciano. E' vero.
Ho già parlato dell'eleganza ammaliante dei cigni che lo abitano. 
Ma ancora una volta non posso fare a meno di notare lo spettacolo che regalano questi animali mentre nuotano lambendo la superficie dell'acqua, nel tardo pomeriggio. Quando cala la luce prepotente del giorno e dà spazio al primo blu della sera. Quando il cielo si fonde col lago e inizia a salire un vapore nebbioso che, a largo, disegna isole irreali.
E' in questa atmosfera incantata, di una giornata ancora invernale, che decine di cigni compaiono a popolare il lago. Alcuni in gruppetti, alcuni solitari. Alcuni beatamente fermi nel mezzo, come a godersi pigramente l'ultima parte del giorno; altri diretti verso la riva, come a volersi mostrare in tutta la propria bellezza.

Delicati, eterei, dal soffice piumaggio bianco. Da sempre massimo simbolo di eleganza e di raffinatezza, eccoli cercare con i bei colli affusolati  il nutrimento. Eccoli sospesi su un'acqua appena increspata dal tenue riflesso, nel momento della giornata che segna il passaggio tra la frenesia del giorno e la quiete della notte. Un momento di pace e di serenità. Di meditazione e di pura bellezza.

E quando la sera si fa più insistente, con la genuina complicità di un pallido tramonto invernale, i cigni si radunano tutti insieme. Come a farsi compagnia per affrontare la notte, come se fosse un rito per salutare il sole che sta andando a dormire e la giornata finita che non tornerà più. Tutti insieme a godere dell'ultima luce, ad aspettare il riposo notturno.
E vederli così, tutti pacatamente insieme, quieti, è una scena che coinvolge, che incanta, che non può far rimanere indifferenti. E' bellezza. E' sogno. E' poesia.



E come se non bastasse, le sorprese che riservano questo lago e i suoi abitanti, non sono mai troppe. Quando pensi di aver già visto tutto, di aver già assistito alla più meravigliosa delle scene, ecco apparire, d'improvviso, l'imprevedibile. Tra cigni dal consueto piumaggio bianchissimo, ecco nuotare, inconsapevole della propria straordinarietà, un cigno nero. Sì: proprio quello talmente raro che si usa prenderlo come esempio per indicare qualcosa difficile da trovare, di inconsueto e improbabile. 

Elegante più dei bianchi, col suo piumaggio scuro e il becco rossissimo. 
Placido scivola sull'acqua, inconsapevole di catturare tutta l'attenzione e tutti gli sguardi di coloro che passeggiano sul lungolago e lo indicano, stupiti per quel colore insolito.  Opposto al bianco a cui sono abituati. 
E lui se ne sta lì, tra gli altri cigni. Uguale ma diverso. Bello proprio per questo. E ammaliante più di tutti. 

















giovedì 8 gennaio 2015

Un tuffo nelle acque del Krka

  
Inizio il nuovo anno con un post dedicato a un luogo che ho particolarmente a cuore. E, naturalmente, inizio dall'acqua. Chi mi segue avrà capito da tempo che è il mio elemento dell'anima. Dunque stavolta vi porto in Croazia, in Dalmazia per la precisione, alla scoperta di uno dei parchi nazionali naturali del paese: il parco del Krka, dove l'acqua regna sovrana e dominatrice su tutto.
 
Si arriva in macchina fino a Skradin, piccola ma curata località a ridosso del parco. L'ambientazione, già qui, è pittoresca. Fitti boschi si affacciano sulle rive del fiume. Piacevolissimo è sostare sulla riva, senza fretta, permettendosi il lusso di perdere la cognizione del tempo. Mentre ci si lascia cullare dal rumore della corrente. Mentre arriva l'odore di acqua e di boschi. E già ci si rilassa. E si sogna.
 
 Ma il meglio deve ancora venire. Per entrare nel Parco vero e proprio occorre pagare un biglietto e salire su una delle imbarcazioni che fanno avanti indietro tra Skradin e le cascate.
La navigazione sulle acque del fiume è lenta e piacevole. Dura circa una ventina di minuti e permette di addentrarsi nelle anse del fiume e scoprirne scorci caratteristici e fauna e flora che vi si nasconde.
Il battello vi lascerà poi a poca distanza dalle meravigliose cascate del Krka, pronti al percorso che vi sorprenderà per la fitta vegetazione dal sapore tropicale che troverete. Rivoli e cascatelle scorrono in un fitto sottobosco, fatto di liane, arzigogolate radici di alberi e grandi foglie nutrite dalle acque generose del fiume. 
 
Lungo il percorso sarà piacevole anche visitare uno dei vecchi mulini ad acqua addetti, un tempo, alla macinazione del grano.
E' veramente incredibile come anche le costruzioni umane, qui come in quasi tutta la Croazia, siano perfettamente inserite nel contesto naturale. Lo arricchiscono senza deturparlo, diventando complementari allo stesso paesaggio fatto di boschi, di acqua, di pietra.
Sembra di essere in un mondo immaginario, nato dalla fantasia di una favola bella. 
Ma è inutile negare che la parte principale del parco, quella che lascia davvero senza fiato, debba ancora venire.

Camminando tra la vegetazione, infatti, arriverete presto al cuore del parco: la lunga catena di salti che fa il fiume, scorrendo rapido nella verdissima valle. Le mille sfumature dell'acqua, dall'azzurro al turchese, sono uno spettacolo per gli occhi. Ma quello che colpisce di più è la forza dell'acqua che, rapida, trascina via tutto e continua a scorrere per chilometri e sembra non finire mai. L'anima del luogo è la sua. Irriverente. Meravigliosa. Con una forza attrattiva spaventosa.
 


In un tratto solamente è consentita la balneazione. A ridosso di una delle cascate meno dirompenti, ma ugualmente affascinanti. Qui, sebbene l'affollamento di bagnanti sia notevole, fare un tuffo è un'esperienza assolutamente da fare. E' il bagno in un luogo per privilegiati. Nuotare qui, a ridosso di una cascata il cui suono vi accompagnerà come una costante melodia, tra la vegetazione acquatica e le rive alberate, fino al tardo pomeriggio, vi farà sentire lontanissimi dal mondo reale. Immersi in un mondo tutto vostro. Fatto di acqua. Di anima. In un Eden terreno, tanto desiderato. In cui siete creature d'acqua e di vento. Ninfe di fiume o sirene. Non importa. Vivrete comunque la loro vita irreale. Nella vostra mente perderanno confine palazzi e cemento, per essere sostituiti da una normalità fatta di questo: di acqua, di aria, di sole. Sarete questo. E sentirete il vostro corpo leggero e i problemi inconsistenti.
Che meraviglioso sentire! Anche se per un pomeriggio soltanto. 
Che bella finzione! Credere di vivere qui per sempre. Di essere, anche voi, creature di questo luogo.
 
Ma state attenti a non farvi trasportare troppo. C'è chi non si accontenta e rischia grosso. Guardate nella foto qui sotto. C'è qualcuno nel punto più pericoloso della cascata grande. 
 
  
Oltre a essere assolutamente vietato è molto pericoloso. Bisogna rispettare la natura, restare entro certi confini fisici. Se con la fantasia possiamo valicarli, con il corpo no. E allora "accontentiamoci" di guardare tutta la grandiosa bellezza di questa cascata, sentiamo l'acqua scendere impetuosa e continua, annusiamo l'aria carica di umidità, ma non pretendiamo di toccare il Krka ove non sia possibile. Non è necessario. Se ci sediamo con tranquillità pronti a recepire l'anima del luogo, se ne comprendiamo la forza e la meravigliosa potenza, anche restando al sicuro nel nostro angolino, anche nuotando solo nel punto consentito, percepiremo il Krka nella sua interezza.
 
 

lunedì 30 giugno 2014

Parco Urbano del Pineto: la magia della natura in città


Parco Urbano del Pineto

Nel cuore di Roma, tra i quartieri Trionfale, Primavalle e Aurelio, proprio dove mai lo immagineresti, sorge un'area naturalistica sorprendente. Fatta di bosco, di valli, di campagna. Adornata di fiori, muschi e di prati. Il suo nome è Parco Urbano del Pineto. E' una zona protetta, istituita nel 1987 e comprendente circa 250 ettari di terreno.
Per me è stata una scoperta folgorante. Ammetto che vivo vicino al Parco da molti anni. Eppure non ero consapevole della sua bellezza. Quel che appare dalla strada, la Pineta Sacchetti, non è che una pineta, appunto. E pare che tutto finisca lì. O almeno, così ho immaginato per molto, moltissimo tempo. E non ho mai frequentato neppure quella piccola area perché, fino a qualche anno fa, effettivamente era territorio di accampamenti nomadi e gente poco raccomandabile. Poi le cose sono lentamente cambiate, l'area è stata riqualificata e la pineta restituita agli abitanti dei quartieri limitrofi e ai visitatoti.
Quello che, però, mai avrei immaginato, è quanto il Parco si estenda al di là di quella pineta che sembra racchiuderlo tutto e invece non è che la sua infinitesimale parte. Subito alle sue spalle, infatti, si aprono sentieri che portano a scoprire una bella campagna, dove la vista si schiude meravigliosa fino alla cupola di San Pietro.  

La cupola di San Pietro, vista da Parco del Pineto


E' un paesaggio fatto di sentieri di terra ricavati tra la vegetazione. E cambia di stagione in stagione regalando ogni volta scenari diversi. Fatti di flora che si modifica a seconda dei mesi dell'anno e di colori che mutano a seconda delle ore e della luce. Il verde delle piante, il giallo del grano, il marrone della terra, i colori dei fiori sono mescolati con sapienza dalla natura. Malva, papaveri, mirti, ginestre, erica, finocchi selvatici e molte altre piante si alternano animando il Parco.
 
Primavera a Parco del Pineto
In primavera, dalla terra nascono le spighe. Dapprima sono piccole. Sbucano timide ed esili dal suolo. Crescono tra i fiori. Rispettose.
Nel giro di pochi giorni si fanno adolescenti e sfrontate. Invadono i campi e mirano al cielo. Verdissime. Spostate dal vento che porta fruscii e profumo. Di natura nel pieno del vigore. Di primavera. Di vita.



Estate a Parco del Pineto
Poi viene l'estate. Neanche te ne accorgi. Ma un giorno le vigorose spighe non sono più verdi, ma si fanno mature. Tinte di un giallo prezioso come l'oro.









Ma non si tratta solo delle spighe. Qui le stagioni si alternano insieme alle specie vegetali. Non conosco tutti i loro nomi, purtroppo, ma so quale magia è, vedere il paesaggio che cambia completamente aspetto di settimana in settimana. Tutto è programmato perfettamente da Madre Natura. Prima una specie di fiori, poi tocca ad un'altra, poi un'altra ancora. In una successione perfetta ma che non smette mai di stupire.

Fiori a Parco del Pineto

Fiori a Parco del Pineto






Specie vegetali a Parco del Pineto

Ma le sorprese non sono affatto finite. Perché oltre alla pineta, oltre alla campagna, c'è di più. Uno dei sentieri a ridosso della biblioteca Casa del Parco, che sorge proprio dentro il Parco, dove i pini terminano, conduce in un'area completamente diversa. Qui si apre un mondo nuovo. Più inaspettato ancora del primo. Ci troviamo immersi in un vero e proprio bosco, come se fossimo stati trasportati improvvisamente fuori città. Procediamo. Increduli.

 
Sughero. Parco del Pineto
Gli alberi si infittiscono, il sottobosco si arricchisce. Il silenzio si fa reale, l'ossigeno più puro, il respiro profondo. L'odore delle piante sostituisce quello dello smog. Intorno solo bosco. Scompare la città. Non si vedono più case, cemento, costruzioni. Niente di niente. E comincia la magia.
Fatta di sugheri, querce, lecci. Col sottobosco ricamato da ciclamini, funghi, felci, muschi.

Funghi



Parco Urbano del Pineto. Il bosco

E da questo sentiero se ne dipartono altri. E altre scoperte ci aspettano. 

Parco del Pineto
La prima è la presenza dell'acqua. Improvvisamente si sente scorrere e gorgogliare tra la vegetazione. C'è fresco, umido. Si sente di più la vita. E seguendo il rumore si arriva ad un minuscolo laghetto.
Se l'attraverserete, dalla parte opposta continuerà il percorso tra il bosco, che qui si fa ancora più fitto e col suolo quasi sempre umido: la luce del sole fa fatica a penetrare tra gli alberi fitti dalla chioma alta e l'acqua scorre in piccoli rivoli nel sottobosco.












Rocce rosse. Parco del Pineto
Ma non è l'unica novità del paesaggio. Ben presto, infatti, vi renderete conto di camminare su sentieri di sabbia. Vera e propria sabbia, evidente residuo della presenza di mari in questa zona, nella preistoria.
Fino ad arrivare a conformazioni rocciose rossastre, piuttosto particolari, argillose, che formano delle vere e proprie dune e ricordano i canyon.












Continuando a camminare, tra salite e discese, tra sentieri e boschi, si arriva infine ad una valle che a me piace chiamare "Valle dell'Eden".
Qui siamo del cuore del parco. Nell'isolamento assoluto. La città è lontanissima dalla nostra vista, dal nostro udito e soprattutto dai nostri pensieri. Una valle isolata, scavata dentro il parco, protetta dal bosco. Ci si sente orgogliosi di averla scoperta. Solo natura intorno. E ogni tanto qualcuno che passa, gente tranquilla, che passeggia con i cani in religioso silenzio o che cerca verdura. Ci si saluta, con queste persone. Perché ci si sente abitanti di un piccolo mondo, privilegiati dalla scoperta di questo luogo segreto. Ci si sente di condividere qualcosa di prezioso, uniti dall'amore per la natura. Ci si riconosce simili.


Valle interna. Parco Urbano del Pineto

Se poi si risale la valle dal lato sinistro, si arriva ad un'altra valle, più piccola e meno isolata della prima, ma sicuramente anch'essa suggestiva, che confina con l'entrata del Parco dalla zona di Trionfale. In primavera le sue spallette si riempiono di milioni e milioni di bellissimi fiori viola. Uno spettacolo di vita e profumi.

Valle. Parco Urbano del Pineto




Parco Urbano del Pineto. Fioritura primaverile

Ovviamente, con una natura così generosa, non manca una fauna altrettanto varia e ricca.

Mantide religiosa. Parco Urbano del Pineto





Il Parco è popolato da cinghiali, volpi, topi, bisce, moscardini, rane, insetti di ogni genere. Sono loro il popolo sovrano del Parco. Gli dobbiamo rispetto. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
 

Cosa dire, infine, a conclusione di questo post? Non mi è facile trasmettere tutta l'anima del Parco con le parole. Perché di anime ne ha molte. Tante sfaccettature di una sola medaglia che è la grandezza della natura.
Il valore aggiunto, qui, è la varietà di ambienti all'interno del Parco. E la sorpresa di scoprire paesaggi completamente differenti ogni volta. Qui si può guardare la natura trasformarsi, stupirsi ogni volta di piante che c'erano e poi lasciano il posto ad altre. Il paesaggio muta sotto i nostri occhi e il disegno di Madre Natura si svela generosamente. Ci sentiamo invasi dalla vita. Dal benessere. Da un vento che porta gli odori della campagna e poi del bosco. Ci sentiamo liberi. Selvaggi un po' anche noi. Ed è una magia che avviene, miracolosamente, proprio dentro la città. Non serve andare lontano. Nessuna gita fuori porta è necessaria. Basta addentrarsi nel Parco del Pineto, bastano pochi minuti, affinché la natura sia nostra e noi suoi.




sabato 24 maggio 2014

La sorpresa di Villa Gregoriana

Fiume Aniene
Acropoli romana di Tivoli

Se avete voglia di un tuffo tra storia e natura, proprio a due passi da Roma, non c'è luogo migliore che io possa consigliarvi che Villa Gregoriana, a Tivoli.
Si trova tra l'acropoli romana e la fossa dell'Aniene, ed è gestita dal FAI che se ne occupa dal 2002 e, dopo aver effettuato gli interventi necessari per il recupero del luogo che stava andando in rovina, l'ha riaperto al pubblico nel 2005. 
Si paga un biglietto d'entrata (6 euro per gli adulti) e devo ammettere che, non solo la bellezza del luogo li vale tutti, ma anche l'ottima gestione del parco giustifica il prezzo: è pulito, con percorsi agibili e ben segnalati che facilitano la visita, e ottima è la manutenzione. Non aspettatevi, però, niente che si avvicini neppure lontanamente all'idea che tutti noi abbiamo di "villa cittadina", perché qui non troverete aiuole fiorite, fontane, l'area giochi per i bimbi o i vialetti con la ghiaia. Villa Gregoriana è un luogo dove la natura regna sovrana. E' un ambiente selvaggio e il più possibile integro, soltanto reso visitabile dalla mano dell'uomo che gestisce ottimamente i sentieri. Si tratta, infatti, di scendere la fossa che segue il corso del fiume Aniene, e poi risalire fino ad arrivare dalla parte opposta, all'acropoli romana. Il tutto tra boschi di lecci ombrosi, vegetazione, caverne, suggestive cadute d'acqua e rivoli del fiume. Un percorso di una bellezza naturale evidente e incredibilmente intatto per trattarsi di un parco urbano. Proprio questo mi ha colpito immensamente, la prima volta che sono stata qui e mi ha lasciato di stucco per la sorpresa. Non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte una valle ricoperta dalla natura, da poter visitare quasi interamente attraverso i percorsi che si avvicinano al fiume, ma senza interferire con l'ambiente. 

Ma, soprattutto, quello che non mi aspettavo sono le cascate di tale bellezza e potenza da essere state, anche queste, meta del Grand Tour, anche se risultano decisamente meno note di quelle delle Marmore.
Esse formano, in fondo alla valle, dei laghetti che si intravedono tra la fitta vegetazione, ai quali però non è consentito accedere, forse per la pericolosità del flusso d'acqua a loro ridosso. Il boato dell'acqua che cade, infatti, accompagna la visita di Villa Gregoriana e testimonia la forza di caduta del fiume. Un gorgoglio continuo, dove più dove meno forte, tiene compagnia durante tutta la passeggiata, con un suono costante e intrinseco nel luogo stesso. 
E, insieme all'acqua, arriva la sensazione di frescura e di benessere che ci fa camminare con piacere e affrontare anche la risalita della valle.


Cascata Grotta delle Sirene
Naturalmente la vegetazione è la prima beneficiaria dell'acqua e cresce rigogliosa, soprattutto intorno al fiume. 
Dove esso scorre, formando cascate dal flusso meno impetuoso, varie specie vegetali animano la riva del fiume oppure colonizzano direttamente piccole isole fertili nel mezzo.
Il verde qui ha una tonalità brillante, illuminato dal sole e dal riverbero dell'acqua, ed è il colore principale. Riposa gli occhi e la mente. E si unisce al colore della terra e alla spuma dell'acqua.
Siano alberi, felci, muschi, non importa. Sicuramente avrete ormai capito che non vi trovate in un posto qualsiasi. Che non siamo propriamente in un "villa" come la intende il senso comune in città, ma siamo in un meraviglioso parco naturale, anche abbastanza esteso, abitato da una vegetazione lussureggiante e selvaggia.



Ma non è ancora finita, perché anche per gli appassionati di geologia questo è il luogo giusto. Lungo il percorso, infatti, salteranno sicuramente all'occhio le straordinarie conformazioni geologiche delle concrezioni calcaree, nonché le vere e proprie grotte scavate dalla potenza del fiume nei secoli. Impossibile non notarle. Impossibile non rimanerne affascinati.

Grotta delle Sirene
Concrezioni calcaree


Così come, credo, sia impossibile rimanere indifferenti a tutta Villa Gregoriana in generale. Un luogo così carico di natura eppure tanto vicino a Roma e dentro a una città come Tivoli.
L'entrata è da una delle vie della cittadina. Dal cemento si passa alla natura più selvaggia. Improvvisamente. E allora sembra di essere stati catapultati in un altro luogo come per magia. Spariscono l'asfalto, i palazzi, il traffico. Appaiono il bosco, le cascate, le rocce. 
Di posti belli ne ho visti tanti, eppure Villa Gregoriana mi è rimasta impressa anche a distanza di tanti anni. Forse proprio perché inaspettata. Forse per il valore aggiunto che le dà la sorpresa che nasconde dietro il suo nome (anche se il FAI l'ha giustamente ribattezzata "Parco di Villa Gregoriana", dando già un indizio più esatto su quanto ci si possa aspettare di trovarvi).
Ad ogni modo, se vi state ancora chiedendo quale sia la sua anima, io rispondo: la sorpresa. La sorpresa di un mondo fatto d'acqua e di alberi, così nascosto eppure così a portata di mano. Che aspetta solo di essere trovato. Per suscitare meraviglia. Per stupire. 
E tanto bello da sembrare esser messo lì proprio per ognuno di noi. Perché varcata la soglia dell'entrata, ci si possa ritrovare tra le cascate. Pieni di gioia.