domenica 11 giugno 2017

Primavera tra le dune a Marina di Sorso


La magia della terra Sarda non finisce mai di riservarci sorprese e così, anche questa volta, desidero condurvi alla sua scoperta. 
Ancora una volta è primavera. Ancora una volta a farla da padrone sono le dune e la libertà.
Questa volta siamo nella spiaggia di Marina di Sorso. Sardegna settentrionale, tra Castelsardo e Porto Torres. Questa spiaggia è molto estesa, a tratti anche organizzata turisticamente, ma la parte più bella è indubbiamente la parte selvaggia, lasciata alla natura soltanto, che inizia poco dopo aver lasciato il borgo di Castelsardo, andando verso ovest. La scopro così, per caso, come molte altre volte succede in Sardegna: quando hai in mente una meta prefissata e prima di raggiungerla, lungo la strada, ti fermi tante e tante volte, colpito dalla bellezza di luoghi meno famosi, ma che ti catturano e ti costringono a fermarti e a viverli. I fuori programma che danno senso al viaggio e alla vita stessa. Marina di Sorso è questo. E' un regalo che non ti aspetti. E' il cuore che batte per una emozione non messa in conto. E' ancora una volta lo stupore per il valore di ogni angolo della Sardegna, quando, mentre sei in strada, d'improvviso questa attraversa pinete folte, che ti corteggiano con l'ombra e l'odore di resina. E tra la pineta, ecco i sentieri di terra che conducono al mare. Immaginato. Ti attraggono inesorabilmente. L'unica cosa che puoi fare è fermare la macchina e percorrerne almeno uno, quello che il destino ti ha riservato, con la trepidazione di scoprire dove conduca. Qui, a Marina di Sorso, quello che il mio sentiero mi riserva è il panorama sulla lunghissima spiaggia di sabbia bianca, con il mare leggermente increspato da un vento che muove le onde, sposta la sabbia, modella le dune a seconda del suo capriccio. Un vento che sconvolge anche te, che entra dentro l'anima, che ti uniforma con il luogo. Non importa se sei sabbia, acqua o creatura vivente, esso ti attraversa. E ti cambia. 

Fiori tra le dune a Marina di Sorso.
Ti trovi tra le dune. Si susseguono una all'altra. Alcune più basse, altre compatte e alte. La sabbia è bianca e finissima. La macchia mediterranea fa la sua comparsa qua e là, colorandola di verde. La primavera completa il lavoro della natura, donando cespugli di fiori gialli o fucsia. Che privilegio essere qui in questa stagione, godersi questa spiaggia ancora deserta di gente e piena di fiori! 

Macchia mediterranea tra le dune a Marina di Sorso.
Fiori tra le dune a Marina di Sorso.
Chilometri e chilometri così: di dune e arbusti e fiori. Il mare che si vede solo se riesci a salire sulle dune più alte, quando si apre il panorama su tutta la lunghezza della spiaggia. Un paesaggio sempre uguale e sempre diverso, a seconda di come si combinano tutti gli elementi che lo compongono: i pini marittimi, i mirti, i ginepri, le  fioriture primaverili. E tu con la tua brama di scoprire in ogni punto quello migliore. Spostandoti ora su una duna, ora su un'altra. Scendendo, salendo, saltando, in una ricerca continua della totalità del luogo, destinata ovviamente a fallire. Ogni punto offre una nuova prospettiva, uno scorcio differente, una nuova emozione. Ma mai potrai conoscerlo tutto, questo luogo. Ampio, esteso, destinato a cambiare sempre col vento e con le stagioni. Corri tra le dune affamato di libertà, di scoperta, di bellezza. Di felicità.

Non è facile riprendere il cammino, lasciare questo luogo, ricordarsi che la meta non era questa. Ma lo fai. Solo che durante tutta la giornata ripensi all'anima di questo luogo. Un'anima fatta di vento, di libertà, di infinite possibilità. Di natura selvaggia, di mare, di sabbia. E vuoi tornare. Alla fine del giorno vuoi tornare proprio lì dove la giornata era iniziata, anzi: su un altro sentiero tra la pineta che porta a questa spiaggia. Una storia dello stesso libro; l'altra faccia della stessa medaglia. Per scoprire ancora qualche cosa di più. Per vedere che effetto fa alla luce del tramonto, per capire se un'altra parte della spiaggia può farti battere il cuore allo stesso modo.

Marina di Sorso, alberi sulla spiaggia.

E scopri, questa volta, una zona più fitta di alberi, piegati dal vento, abituati a lottare ma anche a resistere. Scopri la durezza della natura. La forza che ci vuole per farne parte. La luce più calda del tramonto che avvolge tutte le cose. Quello che provi adesso, a quest'ora del giorno, non è più bramosia ed emozione, ma una straordinaria sensazione di pace, di consapevolezza. Un respiro dell'anima. Presto sarà sera.





domenica 21 maggio 2017

L'anima luminosa di Stintino in primavera


Sardegna, estremo lembo di terra nord - occidentale. E' qui che sorge il borgo di Stintino e la sua famosissima spiaggia: La Pelosa, affacciata sul golfo dell'Asinara, con l'omonima isola proprio di fronte. E' difficile parlare di questo luogo, perché ne hanno già parlato tutti. La Pelosa è una delle spiagge più conosciute e frequentate della Sardegna, reclamizzata ovunque, turisticamente sfruttata al massimo. Dei luoghi così, non è semplice individuare l'anima, perché spesso è assopita dal clamore delle persone che la frequentano, perché spesso è nascosta dalla realtà creata artificialmente per i turisti: alberghi, bar, lidi. Vi dico subito che d'estate, quando è difficile trovare anche solamente un posto per stendere il vostro asciugamano sulla sabbia, è impossibile sentire l'anima di questo luogo. Ci possiamo provare adesso, in primavera, ora che ancora non è presa d'assalto, ora che ancora molte delle strutture turistiche sono chiuse e la gente, sì, c'è, ma non è poi molta. Ora che la spiaggia dà il meglio di sé, incorniciata dalla fioritura primaverile che cresce sulle dune di sabbia alle sue spalle. 

La Pelosa, Stintino, panorama.
E' bella La Pelosa. Questo è innegabile. Arrivando, quello che  colpisce subito, d''impatto, è la tonalità  del mare, dal turchese all'azzurro. Un mare che richiama alla mente fantasie di mari tropicali. E poi il contesto in cui la spiaggia è immersa: davanti l'isola dell'Asinara, a sinistra l'isolotto su cui sorge la Torre Aragonese, dietro le dune di sabbia bianca, ricoperte di macchia mediterranea e fiori.
La monocromia dei colori freddi: il blu del mare e il verde della vegetazione, è allegramente interrotta da macchie di fucsia e di giallo. Regalo della primavera che ha diffuso la vita sulle dune, rendendole più affascinanti, così ricoperte di fiori fattisi strada tra la sabbia. Un dipinto perfetto.

Fioriture primaverili sulle dune.
Fioriture primaverili sulle dune.

Facendoci largo tra le dune, utilizzando delle passerelle in legno create per scendere alla spiaggia agevolmente e senza danneggiarle, ora concentriamo la nostra attenzione tutta sul mare. Non prima di aver notato quanto la sabbia bianca sia anche finissima e quanto sia piacevole camminarvi sopra a piedi nudi. Ed è qui, all'improvviso, che alla bellezza innegabile di questo luogo, si aggiunge anche la sua anima, che inizia a farsi sentire. Così, in una giornata di primavera, senza molta gente, mentre camminiamo lentamente sul lungo bagnasciuga de La Pelosa, proprio nell'istante in cui smettiamo di sentirci in un dépliant turistico ed entriamo in sintonia con il luogo. Con la realtà del luogo, spogliato di ogni aspettativa e stereotipo. Quel che resta è la natura generosa, protagonista. Il vento leggero di oggi che scompiglia lievemente il mare trasparentissimo. L'autoritaria solitudine dell'isola dell'Asinara, di fronte. Il mare e la sabbia, la sabbia e il mare, nel punto esatto dove si incontrano, costantemente, in un tempo senza fine. 

E' un'anima luminosa, quella de La Pelosa. C'è un chiarore diffuso ovunque, qui. La sabbia bianchissima, quasi abbagliante. Il mare cristallino, la cui trasparenza è certamente alimentata dal fondale basso e fatto sempre della stessa sabbia bianca dell'arenile. I riflessi di luce che si infrangono, giocando con il mare. E' tutto luce. I colori sono chiari, ma anche lo stesso luogo lo è: così assolutamente conoscibile. Si mostra tutto davanti a noi, rivelato. Un paesaggio aperto, definito, che si offre ampio alla vista. Essa spazia, libera, e abbraccia tutta la spiaggia, senza ostacoli.

Il mare della Pelosa.
Il mare della Pelosa.

L'invitante acqua del mare passa in secondo luogo. Qui, in primavera, non avrete solo voglia di tuffarvi e godervi l'allegria di un bel bagno, come d'estate, ma anche quella di sedervi a guardarlo, questo mare. Di riflettere. Di interiorizzarlo. E fare vostra un po' della sua luce, un po' di questo chiarore che vi fa stringere gli occhi e rilassare la mente. E' un luogo puro, questo. Pulito. Dominato dalla luce che tutto svela. Semplice, se vogliamo: una spiaggia di sabbia, dritta, un mare trasparente e poco profondo, la natura intorno. Semplicemente perfetto.

Spiaggia.

Regalatevelo, allora, questo viaggio. In aprile, in maggio, non oltre. Prima che la ressa estiva invada la meraviglia naturale di questo luogo, che ne soffochi l'anima, piegandola all'artificio di una stagione balneare fatta di creme solari e costumi alla moda. E, se potete, andateci proprio in primavera, quando i fiori adornano la spiaggia, quando i colori sono al massimo del loro splendore, quando la luminosità naturale di questo luogo è massimamente esaltata da un sole generoso, ma non ancora fastidioso. Quando sarà possibile correre sulla spiaggia, liberi, come bambini. Felicemente contagiati dal suo chiarore. Negli occhi. Nell'anima.



Il mare e la montagna: la duplice anima di Cala Li Cossi


Oggi andiamo in Costa Paradiso, nella Sardegna settentrionale, alla scoperta di una delle cale più suggestive dell'isola: Cala Li Cossi. Vi dico la verità: è stata proprio questa spiaggia a convincermi ad andare in Sardegna. Dovendo scegliere la tappa del mio prossimo viaggio, intanto girovagavo virtualmente su Internet in cerca di immagini che mi colpissero. Le fotografie di Li Cossi sono state un colpo di fulmine: tuffo al cuore immediato, incredulità e una voglia di andare assoluta, di quelle che ti fanno cancellare tutte le altre ipotesi possibili. Dunque è deciso: indiscutibilmente Sardegna, a iniziare da Cala Li Cossi. 
Andiamo. Vi porto con me.
Come vi ho già accennato siamo in Costa Paradiso, un tratto costiero compreso tra Vignola e Trinità D'Agultu, caratterizzato da piccole calette bagnate dal mare più limpido, circondate da frastagliate rocce granitiche che vanno dalla dimensione di scogli fino a vere montagne coperte da macchia mediterranea. La più bella, tra queste calette, è Cala Li Cossi.

Sentiero verso Cala Li Cossi.
Per arrivarci dobbiamo entrare nel complesso residenziale chiamato anch'esso Costa Paradiso, e una volta lasciata la macchina iniziare un suggestivo percorso lungo la costa, addossato alla parete rocciosa, che in una decina di minuti ci condurrà alla nostra spiaggia. 
Ricordiamoci che siamo in primavera. Di questa stagione è impossibile non fermarsi più volte, godendoci la passeggiata verso la cala, anche solamente per ammirare il panorama di rocce e di mare incorniciato dalla fioritura primaverile. Il mare è calmo. Trasparente. Gli scogli sembrano suoi fedeli difensori, ora a riposo. I fiori fucsia irrompono sulla scena con allegria cromatica. 

Fioritura primaverile lungo il percorso.


Più in là, lungo il sentiero, si inizia a fare sul serio. Il paesaggio si trasforma e si fa più impegnativo, più montano. Il mare è meno a portata di mano, ci siamo alzati d'altitudine. La roccia è più frastagliata, la macchia mediterranea ci avvolge. E' più vera e dura, rispetto ai fiori colorati e freschi che ci siamo lasciati alle spalle. Questa è abituata al vento, a durare nei mesi, ai capricci del mare. E' forte. E' radicata. Il sentimento che ci accompagna non è più l'allegria primaverile e un po' leggera dell'inizio, ma la stabilità delle cose durature, la solidità di un panorama forte, abituato alle stagioni più impegnative e da esse modellato. La vista si apre e qui spazia lungo la costa. Chilometri così: di rocce e arbusti, su un mare blu. Assoluto.

Panorama lungo il sentiero verso Cala Li Cossi.
 
Ora siamo ansiosi di trovare quello che stiamo cercando. Non è più possibile godersi il percorso passeggiando con tranquillità, perché ora la sentiamo vicina, la meta, e cresce la brama che abbiamo di essa. Ora quello che ci interessa è vedere la spiaggia. Sappiamo che manca pochissimo. Ci prepariamo allo spettacolo.
E difatti, dopo un'ultima curva, eccola: Cala Li Cossi, maestosamente sotto di noi.

Cala Li Cossi.

Cala Li Cossi.

Il cuore batte. Una striscia di sabbia chiara e un mare limpido. Ma non è questo. E' tutto quello che c'è attorno che la rende unica. La spiaggia è chiusa tra le montagne, alte, frastagliate. Dure. Alle sue spalle, la foce dell'omonimo fiume Li Cossi completa un paesaggio controverso e di rara bellezza. Qui si fondono due anime opposte: il mare e la montagna si incontrano in un connubio che ci colpisce proprio per la sua particolarità. Ed è tutto sotto di noi, in una dualità che ha saputo risolvere il conflitto generando un paesaggio unico. La durezza della montagna, l'apertura del mare. Qui convivono, unite dall'acqua e dalla roccia. Acqua di fiume. Acqua di mare. Roccia frastagliata, aspra, della montagna. Roccia che vicino al mare diviene scoglio più levigato. Non sembra neppure di essere in Italia, ma chissà in che parte selvaggia del mondo. Un'aquila sorvola la spiaggia. I profumi di mare e di montagna ci invadono, e mescolati dal vento diventano un solo, unico odore.

Scendere alla spiaggia, che in questa stagione è semi deserta, è come approdare in una terra segreta. Ci si sente un po' naufraghi, camminando con i piedi nudi che affondano sulla sabbia, le scarpe in mano, su questa spiaggia. Fuori dal tempo, fuori dal mondo. In una realtà parallela dove esiste solo il qui ed ora. Eppure ci sembra di capirla proprio qui, la verità della vita. Che tutto abbia un senso in questo luogo. Qui dove un'anima duplice ci parla della sabbia su cui ora sono nati piccoli e delicati fiorellini lilla, e della montagna su cui un pino marittimo resiste piegato dal vento. E' un'anima forte, quella di Li Cossi. Un'anima che porta il conflitto all'interno, eppure proprio per questo è completa. Totale. Due anime convivono qui. Quella del mare e quella della montagna. Una più lieve e una più dura. Un po' proprio come nella vita, fatta di contrasti che si completano. Elementi diversi si fondono a formare una realtà che esiste proprio grazie alla loro coesistenza, perché qui essi sono entrambi necessari, assolutamente complementari, alla meraviglia di questo luogo.

Fioritura sulla sabbia.

Pino marittimo.


E' così, Cala Li Cossi. E' mare e montagna. E' entrambe le cose insieme. Ed è sabbia, fiume, arbusti, roccia, acqua, vento. E' un angolo di natura selvaggia, preservata da quest'unico sentiero ricavato tra la roccia, solo modo di raggiungerla via terra. E perciò è rimasta isolata, protetta, elitaria se vogliamo. Bisogna volerla. Bisogna desiderarla e andarla a cercare. Non si capita per caso a Cala Li Cossi. Ci si va perché si innamora del suo fascino spettacolare. Delle sue montagne che la custodiscono come un tesoro prezioso. Del suo mare che le addolcisce. Della sua spiaggia che offre conforto. Seduti lì, a guardarci intorno, ci si sente piccoli di fronte alla forza della natura, di fronte all'anima di questo luogo, di fronte a tanta bellezza. E ci si sente felici.



sabato 6 maggio 2017

Le dune della Sardegna del nord: la spiaggia di Rena Majore


E' proprio vero che le cose migliori capitano quando non te l'aspetti. E l'assenza di aspettative, che inevitabilmente crea un'attesa, permette di gioire senza preconcetti di una bella sorpresa. Ed è proprio così: a sorpresa, che mi imbatto nella spiaggia di Rena Majore, nella Sardegna settentrionale, poco dopo la cittadina di Santa Teresa di Gallura, procedendo con il mare alla mia destra. Assolutamente fuori programma, essendo la meta del mio itinerario la spiaggia di Li Cossi (di cui vi parlerò nel prossimo post), per puro caso mi giro verso il mare, lungo la strada, e la vedo. Si può dire sia un vero e proprio colpo di fulmine. Tra la pineta che lambisce la strada, un varco apre la vista su una duna di sabbia di un bianco accecante. Dietro, il mare turchese. Io incredula per una frazione di secondo. Come può essermi sfuggito un luogo così? Ma i fuori programma sono assolutamente benvenuti e salutati dal cuore che inizia a battermi più veloce. Non devo neppure deciderlo: è scontato che mi fermerò a visitare questa meraviglia, come un regalo inaspettato e perciò tanto più gradito. 
Apprendo da alcuni cartelli segnaletici che siamo della provincia di Aglientu. 
Non so come sia d'estate questo posto, ma ora, in aprile, è assolutamente deserto e selvaggio. Lascio senza problemi la macchina ai lati del sentiero sterrato, sotto l'ombra di un pino, e mi addentro della pineta odorosa. Un odore di resina e di mare, una promessa di benessere d'ombra e di allegria di cicale nelle estati senza tempo. 

Dune a Rena Majore.
Dune a Rena Majore.

Subito dopo la pineta, le dune. Alte. Alcune imponenti. Vive di vegetazione. Bianche. Morbide. Modellate solo dal vento. Senza traccia di passi umani. Talmente pure che sembra quasi una violazione della natura, camminarci sopra, rompere i solchi tracciati dal vento con le mie impronte estranee. Eppure lo faccio. Perché ora è diventata esigenza visitare questo luogo, capirlo, interiorizzarlo. Procedo stordita da tanta bellezza inaspettata. Di una accessibilità assoluta, eppure che pare essere solo una delle tante spiagge della Sardegna. E proprio da questo inizio a capire quale sia, il fascino tanto decantato di questa regione.
Le dune si susseguono una dopo l'altra, come una nascesse esattamente dove muore la precedente, in un continuo circolo di vita. Rami scuri si stagliano, a contrasto, sulla sabbia bianca. Qua e là, la macchia mediterranea interrompe il chiarore della sabbia, tingendola di chiazze di verde. I ginepri trovano qui il loro paradiso. E anche io. Camminare su queste dune incontaminate, col vento che le scombina e le ricombina proprio davanti a me, con i piedi affondati della morbidezza della sabbia, serve a capire il senso intero della vita. Mi sdraio, esausta, su una delle dune più alte, e per un po' resto così, con il cuore che batte, la mente piacevolmente confusa, il respiro profondo, a godere soltanto di questo luogo.
E poi riprendo il cammino, scendendo di corsa dalla duna per raggiungere la lunga spiaggia di sabbia circondata da rocce di granito. E il mare è una nuova sorpresa. Nonostante il vento increspi la superficie dell'acqua, è di un meraviglioso turchese trasparente. Rende felici.

Mare a Rena Majore.
 

 
Fiume che attraversa Rena Majore.
Fiume che attraversa Rena Majore.
E poi, tornando indietro, scelgo un sentiero alternativo a quello dell'andata, procedo d'istinto, tra le mille dune, per visitarne il più possibile. Per emozionarmi ancora. Ed ecco un fiumiciattolo attraversare la spiaggia. In inverno deve raggiungere la sua massima potenza, ma in questa stagione si prepara già all'arsura estiva, facendosi più modesto. E', comunque, anch'esso, parte dello spettacolo che la natura offre su questa spiaggia.
Così selvaggia, incontaminata, il cui unico padrone sembra essere il vento. 
Qual è l'anima di questo luogo? L'avete già sentita, forte com'è, attraverso le mie parole? E' un'anima di sabbia, di arbusti tenacemente attaccati ad essa. Un'anima d'acqua, perciò di vita. Un'anima fatta da una natura che qui è libera di esprimere tutta la sua potenza. Un'anima di libertà, di ampiezza e di vento che la scompiglia a suo piacere. Io trovo che qui sia racchiusa un po' tutta l'anima della Sardegna, di quella parte autentica della Sardegna fatta da spiagge incontaminate, di una meraviglia assoluta e lasciate allo stato selvaggio, con gli alberi, le dune, gli arbusti e le pinete chilometriche. Dove il vostro cuore non  potrà far altro che battere, forte, di emozione. 
Cosa state aspettando? La Sardegna vi aspetta. Rena Majore vi aspetta. Vi accoglierà tra le sue dune, finché sarete lì la sua anima sarà all'unisono con la vostra. Poi tornerà ad essere solo della natura. Meravigliosamente selvaggia.




domenica 16 aprile 2017

Un inizio primavera ai Lagustelli di Percile


Oggi voglio condurvi in uno dei luoghi più suggestivi e meno conosciuti del Lazio: i Lagustelli di Percile. Siamo all'interno del polmone verde dei Monti Lucretili, in provincia di Roma. Basta un'oretta di strada dalla capitale, per entrare nel contesto assolutamente naturale e rigenerativo di questo parco nazionale. 
Lagustelli è la denominazione con cui si identificano i due piccoli laghi carsici, siti a pochi chilometri dal genuino paese di Percile: il lago Fiaturno e il lago Marraone. Vi si accede attraverso un percorso abbastanza semplice, una volta posteggiata la macchina all'inizio della tenuta gestita dalla Forestale. Si tratta di una piacevole passeggiata su un sentiero sterrato, circondato dal verde, che in una ventina di minuti ci condurrà al lago principale. Ma andiamo con calma. Non è importante solo la meta, ma anche il viaggio. Soprattutto se riserva piacevoli sorprese come in questo caso. 
Intanto, qui ci dà il benvenuto l'aria pulita e profumata di bosco. Per noi che arriviamo dalla città è subito evidente, d'impatto, quando scendiamo dalla macchina. I polmoni si aprono, approfittando automaticamente di questa prima sorpresa. Noi ci sentiamo già più distesi. E iniziamo a camminare. 

Cavalli in libertà.
Presto anche l'udito si mette in allerta. Rimbombano sulla terra i passi di animali che si muovono tra la vegetazione. Cerchiamo, incuriositi, di visualizzarli. Ed eccola, la seconda sorpresa: una mandria di cavalli in libertà. Pascolano sui prati che abbracciano il nostro sentiero. Devono essere abituati alla presenza dell'uomo perché non si intimidiscono né si mostrano minacciosi. Continuano a pascolare, flemmatici, e soltanto uno più curioso alza la testa per guardarci bonariamente, prima di proseguire le sue attività.
Cavalli in libertà.
Devono essere abituati, sì: a una umanità che, da queste parti, deve aver saputo proteggerli e rispettarli nel corso delle generazioni. Perché nel dna di questi cavalli c'è l'assoluta fiducia nell'uomo. Per loro, noi che passeggiamo qui, siamo parte della natura che li circonda. Normali. Ecco, sì: siamo normali. Come i fiori, gli alberi; come l'aria; come gli altri animali che bazzicano da queste parti; come ogni altro elemento del loro universo. Ed è meraviglioso esserlo.

Ma le sorprese non sono ancora finite. Durante il percorso, soffermandosi ad osservare, è impossibile non notare che è primavera. Inizio della primavera, per essere precisi. L'istante in cui ci sono ancora i segni dell'inverno, ma i semi della bella stagione sono già stati gettati e sono in fieri. 

La primavera sta lottando per avere la meglio.
Vegetazione spontanea.
E così, tra le tristi foglie invernali ormai secche, radunate dal vento ai margini del sentiero, ecco spuntare una primula spontanea. Carnosa, giovane, colorata e sfrontatamente vitale proprio per il contrasto con quello che la circonda. Una promessa di vita.
La vita che vince la morte. 
Vegetazione spontanea.
Così come la violetta, sempre spontanea, che timidamente fa capolino dal terreno. Nata tra pietre e foglie morte. Macchia di colore e di vita. Deliziosamente bella nella sua discreta delicatezza. 






E così, camminando camminando, distratti ormai da quella che era la meta che ci ha spinto a metterci in cammino, quando non è più così impellente arrivarvi, appagati come già siamo dalle altre bellezze che ci circondano, ecco che il maggiore dei laghetti di Percile (l'altro è troppo coperto dalla vegetazione per accedervi), si para di fronte a noi. E, diciamo la verità, ci lascia senza fiato con la sua bellezza e ci ricorda benissimo, ora che l'abbiamo di fronte, perché volevamo arrivarvi. 
E' verdissimo, intatto e prezioso come il più bello smeraldo. Un gioiello. 
Il diametro è di circa 96 metri, un paesaggio da fiaba li circonda tutti. Il bosco di abeti intorno, si riflette perfettamente nelle sue acque. Il verde fa da contrasto con il bianco delle sue sponde. Non c'è nessuno. Solo silenzio. Anzi no: si sente il gracidare delle rane e il lento sposarsi dell'acqua che produce il loro movimento. E poi il canto degli uccelli. E il vento. 
Il lago è tutto per noi, è il nostro umanissimo paradiso fuori dal mondo. Facciamo il giro di tutto il perimetro, sotto il bosco. Poi ci sediamo su un tronco e osserviamo il lago. Lo interiorizziamo, lo facciamo nostro. Poterlo accogliere tutto con un solo sguardo ce lo rende conoscibile, familiare. Ci dà l'illusione di possederlo e che non possa avere segreti per noi. 
Ci chiediamo solamente dove siano le ninfe e le fate dei boschi, perché con un paesaggio così, neppure noi adulti razionali ci meraviglieremmo di vederle spuntare dietro qualche tronco d'albero o scorgerle sedute sulle rive. E' un luogo incantato e incantevole, questo. La sua anima è la una natura intatta, che l'isolamento preserva. E' l'acqua, specchio del bosco. E' il bosco, rifugio degli animali e pace dei nostri pensieri. E' bellezza e incanto della perfezione degli elementi del paesaggio che qui compongono un quadro di un emozionante equilibrio.

Lago Fiaturno.
 
Lago Fiaturno.
 

Il cuore batte, accelera incredulo come di fronte alla bellezza della persona amata. E poi rallenta, una volta sicuro che il lago non sia frutto dell'immaginazione, che non scomparirà come un sogno di inizio primavera. E una volta calmo, il respiro si fa più lento e profondo, la mente si apre e l'anima si estende e si unisce con quella del luogo.
Tornare a Fiaturno è la promessa che facciamo a noi stessi. Presto vi terremo fede. 




lunedì 13 marzo 2017

Le atmosfere della cittadina di Anguillara Sabazia


Centro storico di Anguillara.

Tra le località che si affacciano sulle sponde del lago di Bracciano: Bracciano - appunto -, Trevignano Romano e Anguillara Sabazia, quella che amo maggiormente "vivere" a livello di atmosfera che vi si respira, è sicuramente quest'ultima. Anguillara è una cittadina poco distante da Roma, raggiungibile facilmente dalla capitale per rilassarsi anche solamente per un pomeriggio, abbandonati sul felice lungolago. 
Il nucleo storico della cittadina cresce arroccato sopra un promontorio che si sporge verso lago. Le case sembrano salire, una vicina all'altra, fino al culmine, dove si trova la chiesa dell'Assunta che domina il panorama. Questa posizione particolarmente affascinante, regala all'abitato un profilo caratteristico e riconoscibile, oltre a un'ottima esposizione alla luce solare. C'è luce, ad Anguillara. Una luce generosa che si insinua nei vicoli medievali del centro, e diventa densa e aranciata con l'avvicinarsi del tramonto, tingendo il paesino di un velo dorato di sogno. 
E poi c'è il lungolago, estesissimo, che parte dalla base del centro storico e prosegue per svariati chilometri e permette, allontanandosi, di ammirare il paese in una visione d'insieme. Il promontorio con il centro storico si protende nel suo lago, con cui pare giocare una partita paritaria: il paese domina il lago; il lago domina il paese. Allo stesso modo. Parte integrante l'uno dell'altro.
E ci sono le atmosfere che questa cittadina e la sua natura sanno regalare, che a mio avviso sono la vera anima di questo luogo. Innanzitutto un'atmosfera di serenità. Come non fermarsi in una delle panchinette che animano il lungolago di Anguillara, e stare semplicemente lì? A godersi lo scorrere della vita. A sentirla, la vita. Nell'acqua quieta del lago. Nel sole che ci accarezza la faccia. Nel fruscio delle foglie dei platani, al vento della primavera. Semplicemente. Meravigliosamente.
Ci si distende, ad Anguillara. Ci si invaghisce di qualcosa di prezioso e raro: della tranquillità dello scorrere della giornata. Dei ritmi rilassati che ti permettono di avvicinarti al luogo e fruirlo ampiamente. Non è pretenziosa, Anguillara; non possiede la bellezza vistosa e indiscussa di altri borghi, di maggiore impatto e fama turistica. Anguillara conquista piano piano, con un fascino che si rivela lentamente, vivendola, e ti entra dentro per restarvi aggrappato nel tempo.

Anguillara. Panorama del lago.
Qual è, dunque, l'anima di Anguillara?
Io la vedo venir fuori tra la silhouette dei rami dei suoi alberi affacciati sul lago. Quando è nuvoloso, eppure il sole filtra tra le nubi e va a illuminare la superficie dell'acqua. E ti basta questo spettacolo: questo gioco di buio e luce, chiaro e scuro, vita e morte che si intrecciano, per aprire il pensiero fino a sentire il senso di tutte le cose.

Panorama del lago.
La vedo, l'anima di Anguillara, nel suo lago quieto, all'ora del giorno in cui l'acqua diventa dello stesso colore dei rilievi e del cielo e, in questa uniformità, spiccano solamente le vele di due barchette lontane, bianche, e i profili delle pietre e dei tralicci, neri. Opposti, eppure complementari nello stesso paesaggio. Dove ciò che è opera dell'uomo, diventa anch'esso parte della natura d'acqua entro cui si riflette. Un tutt'uno che solo di una cosa ci parla: di quiete.

La vedo, nel delizioso pontile della cittadina, appena calata la sera. Quando, tra le nuvole che ricamano il cielo con tutte le tonalità del rosa, le luci appena accese del pontile diventano parte del paesaggio. Non più totalmente umano, non solo totalmente naturale. La sento forte, l'anima, nel profilo di questo pontile che si allunga, delicatamente dentro le acque di un lago calmissimo, ornato da pietre gentili, e ne diventa parte integrante. La vedo nell'atmosfera di sogno che ci regalano i lampioni accesi, replicati nel loro stesso riflesso nell'acqua, specchio di luci e di colori. Nel perfetto equilibrio di tutte le cose, che qui si compongono in uno scenario emozionante, ecco: qui io vedo l'anima di Anguillara.

Anguillara: il pontile, la sera.
 
Un'anima pacata, equilibrata, serena, dolce e struggente al tempo stesso. Un'anima che dopo averti regalato un tramonto così, può solamente farti venire la voglia di tornare qui, ancora un'altra volta. Presto.


domenica 12 febbraio 2017

L'energia della Rocca di Cefalù

L'abitato di Cefalù, con la rocca che lo sormonta.

Torno a parlarvi, ancora una volta, di Cefalù: la splendida cittadina normanna, in provincia di Palermo, che ha catturato per sempre il mio cuore. Questa volta vorrei concentrare l'attenzione sulla Rocca che la sovrasta e da sempre ne è, indiscutibilmente, uno dei luoghi simbolo. Impensabile sarebbe immaginare Cefalù senza la sua Rocca, inscindibile dall'abitato che vi si stende ai suoi piedi: sono un tutt'uno, il paese e questo gigante di roccia che lo rende riconoscibile a distanza. Unico, infatti, è il profilo di Cefalù, che già al primo sguardo si distingue da tutti gli altri paesi, proprio per questa meraviglia della natura adagiata alle sue spalle. E' la prima cosa che appare da qualsiasi parte vi si giunga. Imponente e caratteristica, la Rocca è sempre presente, indissolubilmente legata alla cittadina. I cefaludesi sono soliti paragonare il loro paese alla forma di una lumaca: osservandolo da lontano, in effetti, le case ricordano il corpo dell'animale, la cattedrale le antennine e la Rocca il guscio. E proprio come un vero guscio, la Rocca offriva, nel passato delle invasioni, riparo al paese, e ancora oggi, fosse anche soltanto psicologicamente, protezione. Imprescindibile gigante di pietra, veglia sulle case e sugli abitanti come un custode, fedele nei secoli, e testimone della vita che scorre al di sotto di sé. Conferisce a Cefalù, oltre un aspetto unico e riconoscibile, anche un'idea di solidità, di forza e di autorevolezza. 
Ma bando alle ciance: saliamo! Oggi voglio condurvi fino alla sua cima, a 268 metri di altezza.
La salita inizia oltrepassato corso Ruggero, oltre il dedalo di viuzze con le case più antiche, costruite proprio ai piedi della Rocca. Qui inizia il percorso, a tratti abbastanza impegnativo, che però vale assolutamente la pena di affrontare. Il primo tratto è occupato da un sentiero a zig zag che sale all'ombra di una pineta, fino ad arrivare al cancello d'accesso vero e proprio. Qui inizia un percorso leggermente più faticoso, ma che abbastanza brevemente vi condurrà all'area archeologica e, soprattutto, alle mura di fortificazioni della Rocca. E' da qui che si gode uno dei panorami più belli in assoluto di Cefalù. Oltre i merli, il precipizio. Oltre il precipizio, lo spettacolo: la vista spazia sulla spiaggia, i promontori e la costa. L'anima esulta. E se ci affacciamo, tra gli spazi vuoti che lasciano i merli, ecco comparire, tutto sotto di noi, anche il paese.


Panorama dalla Rocca di Cefalù.
Il Duomo di Cefalù e l'abitato, visti dalla Rocca, in inverno.

Il Duomo imponente. Solido e dominatore. L'abitato del centro storico, fatto di casette da tetti di tegole, una addossata all'altra. Tutto il paese proteso verso il suo mare. Di un blu profondo. E noi, dall'alto, spettatori di questa meraviglia.
Questo panorama è destinato a cambiare con le stagioni. L'inverno è sicuramente il periodo per trovare la migliore condizione di luce sull'abitato. Risaltano i colori del paese, illuminato dalla luce fredda tipica di questo periodo dell'anno, che regala una precisione di dettagli alla visione. Il blu del mare a contrasto con l'arancio dei tetti è al massimo della sua potenzialità. In estate risulterà più sbiadito, non per questo meno suggestivo, ma diverso, ecco tutto. La luce calda dell'estate, tutta dall'altra parte, valorizza maggiormente le costruzioni fortificate della Rocca stessa. Il paese risulterà leggermente evanescente, quasi un tutt'uno col suo mare, in un'atmosfera rarefatta e incantata. Meno definito, meno preciso del panorama invernale. Forse proprio per questo maggiormente tendente all'incanto e meno alla rigorosa bellezza. Se potete, regalatevi questa vista in entrambe le stagioni. Solo così ne avrete una coscienza completa.

Passaggio tra le mura fortificate.
Panorama estivo dalla Rocca di Cefalù, tra i merli.


Continuando a salire verso la sommità della Rocca, il percorso si fa più duro, non  adatto a tutti, non esattamente agevole. Si sale in un sentiero a zig zag ora impervio, fatto di terra e di pietre, quasi tutto esposto al sole, lungo e in pendenza. Consola l'altitudine: sentirsi sempre più alti, sempre più vicini alla conquista della meta. E il profumo di mare e di pini. E i gabbiani a cui siamo più vicini nel volo. E le aquile che sfruttano le correnti ascensionali delle Madonie. E la sensazione di allontanarsi sempre di più dalla civiltà e nello stesso tempo di dominarla, dall'alto. Arrivano ancora i suoni del paese, qui. Il treno che si ferma in stazione, gli schiamazzi dei bagnanti in spiaggia, le voci. Quella del mare su tutte. Eppure siamo già fuori da tutto questo. Qui su, dove non ci vede nessuno e noi vediamo tutti. 
E una strana energia, che pare provenire dalla roccia stessa della Rocca, ci spinge ad andare avanti. Frena la stanchezza, sprona a riprendere il cammino, a vincere la sfida. Ci sentiamo carichi, euforici, ricchi della consapevolezza dell'esperienza che stiamo vivendo. E' questa, la vera anima della Rocca. L'energia che emana. Sarà dovuta dalla posizione geografica strategica che occupa: a chiudere le Madonie, circondata dal mare. Sarà che effettivamente da qui si domina tutto il paese. Sarà che da sempre ha protetto i suoi abitanti dagli invasori. Sarà l'alone misterioso e mistico che la circonda. Sarà come sarà, con questa energia arriviamo in cima, ricaricati. Qui troviamo i resti di una castello medievale: "U Castieddu"Il panorama amplissimo e il senso di conquista ci accompagnano.

                                    U castieddu. Rocca di Cefalù.
 
E dopo aver sostato abbastanza da fare nostro il luogo e la sua anima, si inizia la discesa. Percorso opposto, affrontato con anima appagata e la voglia, ora, di tornare a far parte della vita degli abitanti che la Rocca spia e protegge dall'alto. Perché la sentiamo un po' come una madre, che veglia su di noi, la Rocca: è sempre alle nostre spalle, ma guarda e ci lascia fare. Testimone silenziosa di amori, di segreti, di liti, di nascite, di morti e di vita. Tutto avviene sotto la sua ombra protettrice. Laggiù in paese. E i paesani la amano, la loro Rocca. Non a caso è legata a moltissime manifestazioni tradizionali. Come non ricordare la grande croce di metallo posta proprio alla prime fortificazioni di cinta, che viene illuminata durante i festeggiamenti del patrono San Salvatore? Come dimenticare la suggestiva illuminazione dei merli della Rocca il 31 dicembre, in occasione della Vecchia Strina? Una sorta di Befana che secondo la tradizione vive sulla Rocca e scende in paese l'ultimo dell'anno a portare caramelle ai bambini.

E mi piace lasciarvi così, con il massimo della suggestione: quando scende la sera e noi siamo ancora sulla Rocca.
Eccola. Se guardate bene c'è sempre una luce che si accende prima di tutte le altre, in qualche casa. E poi, magicamente, iniziano ad illuminiarsi tutte quante. E viene accesa la Cattedrale. Si illumina piazza Duomo, si illuminano le strade. Da qui le viuzze che si intersecano diventano percorsi di luce. Ci si prepara alla sera. E il mare diventa scuro e profondo. Ampia la costa. Possibile sognare. Finalmente...
Arrivederci cara Cefalù.