giovedì 5 marzo 2015

Trogir: la città - isola

Veduta di Trogir

Dal 1977 la cittadina Dalmata di Trogir fa parte dei patrimoni dell'Umanità dell'Unesco. E' un gioiellino di architettura veneziana, sito in una cornice naturalistica particolarissima: Trogir, infatti, è costruita su un'isola collegata con un ponte alla terraferma croata e con un altro ponte all'isola di Ciovo. Isola tra terra e un'altra isola. Già questo basterebbe a spiegare il fascino che la caratterizza. Ma c'è di più. C'è il canale che segue tutta la lunghezza della città che vi si affaccia. Ci sono le mura che la racchiudono tutta e che, come guardie del corpo fedeli, la proteggono e ne custodiscono la vita all'interno. E poi ci sono i campanili delle tante chiese che adornano le sue piazze e svettano alti, oltre le mura, e ci attraggono svelando un po' della bellezza celata. Ci sono poi le porte di accesso alla città, collegamento tra il mondo immaginato e il mondo reale.
Un mondo, quest'ultimo, che non delude le aspettative: viuzze caratteristiche, ricche di botteghe artigiane, palazzi in pietra, ornamenti. Pullulare di vita, di gente, di bar all'aperto e di musica che risuona per i vicoli e guida per la città. Piazze. Chiese. Facciate scolpite in stile veneziano. Tetti fatti di tegole e cupole color mattone.
Il tardo pomeriggio la luce è tutta verso l'alto. Ad illuminare i campanili e accenderne l'arancio. Mentre la sera nasce già vivace nelle piazze giovani e animate di Trogir.



Eppure non è ancora tutto. L'anima di Trogir non è solo questa. E, secondo me, si cattura meglio dal mare. 
Veduta di Trogir
Da quel lungomare fatto di palme, che sfilano fino al castello, con i monti sullo sfondo e l'isola di Ciovo dall'altro lato. Da qui arriva l'odore di lavanda, di pini marittimi, della vegetazione intorno e del mare. Da qui, nel tardo pomeriggio, meglio risplendono i campanili della città. E più facilmente si vivono degli istanti in cui il tempo sembra fermarsi. E si percepisce l'eternità.

E la bellezza di Trogir risplende così in tutta la sua interezza. Fatta di tanti piccoli elementi che si compongono a formare uno scenario unico. E' questo, forse, il segreto dell'anima di Trogir. Tante tessere che, messe al posto giusto, formano il bellissimo mosaico della città. Nessuna predominante rispetto all'altra. Tutte ugualmente essenziali. In un perfetto equilibrio in cui niente spicca, ma tutto contribuisce alla meraviglia di questo luogo. L'isola, il mare, i monti, i canali, le mura, le piazze, i campanili, il castello, l'artigianato. I colori, la musica, i profumi. Ecco: l'anima di Trogir è eterogenea, mista. E perciò completa. E rimane impressa. Il ricordo della cittadina si imprime, piacevole, nella mente. Senza altro "perché" che l'armonica bellezza completa e raffinata del luogo. Che stupisce senza bisogno di effetti speciali, con eleganza, con quieta perfezione, con arte. Essendo, semplicemente, Trogir.

E quando poi cala la sera, prima che le luci si accendano ad illuminare la notte, ecco un momento di intensità. In cui l'anima della città si riposa, in un sospiro tra il giorno e la notte. Ogni scorcio si fa pittorico, per immortalare nel ricordo la fine di questa giornata, proprio come un dipinto immortala sulla tela il paesaggio che rappresenta.
E si è già pronti a ricominciare.

La silhouette del campanile principale svetta fiero tra le palme. Misterioso e ammaliante, a simbolo di questa città.















venerdì 6 febbraio 2015

C'era una volta Martignano

Veduta del lago di Martignano


Vulcanico, isolato, intatto. Così è questo lago dell'Italia centrale, nel Lazio, in provincia di Anguillara Sabazia; un'area protetta che fa capo al parco naturale regionale di Bracciano - Martignano.
Nessun centro abitato si affaccia sulle rive del lago. A Martignano il panorama è totalmente naturale, fatto di dolci colline che alternano zone alberate ad ampi prati, ottimi pascoli per greggi di pecore. A volte anche mucche. Spesso cavalli.
Nessuna strada asfaltata. Solamente sentieri tracciati tra i campi con il brecciolino, che forma, dall'alto, graziose linee bianche tra i prati, ad animare il terreno.
Nessun collegamento con l'esterno. Il piccolo lago dal perimetro di circa sei chilometri è un mondo chiuso, fuori dal mondo, bastevole a se stesso. 
L'azzurro dell'acqua del lago spicca, tra le varie gradazioni di verde della vegetazione circostante. Verde oliva, verde bosco, verde brillante dei prati. Se un pittore dovesse dipingere Martignano, dovrebbe usarle tutte, le gradazioni di verde e d'azzurro. I colori della natura. Dell'acqua, del cielo, del bosco. Nessuna invenzione dall'uomo, nessuna costruzione da dipingere, qui, né strade né case. Solo natura.

Eppure l'uomo è riuscito a rovinare ugualmente questo meraviglioso luogo. Lo stesso uomo che lo protegge, dichiarandolo area protetta, ne complica l'accesso solo per lucrarci sopra, lasciando l'amaro in bocca ai molti, amanti rispettosi di Martignano, che lo frequentavano.
Prima si raggiungeva, con fatica, il lago. Dopo una strada sconnessa e polverosa, indovinata quasi a caso tra strade di campagna e campi. E c'era un parcheggio a pagamento, nel nulla di una radura sovrastante il lago, dove tuttavia era praticamente necessario parcheggiare la macchina. Non contenti, le cose sono peggiorate ulteriormente nel 2012, con l'intruduzione di una insensatissima zona Ztl a qualche chilometro dal lago, nelle stessa strada sconnessa e polverosa, indovinata quasi a caso tra strade di campagna e campi, che citavo poche righe fa. Non si può accede oltre - dicono - per salvaguardare l'area naturale. Per andare a Martignano, allora, bisogna usufruire del disorganizzatissimo servizio di navette a pagamento, in aggiunta al prezzo del nuovo parcheggio, che portano alla stessa radura sopra il lago di  prima. Qui si scende, come al solito, a piedi, tra la polvere sollevata dalle molteplici macchine degli autorizzati dal comune, che - queste sì - possono arrivare fino alle sponde del lago in barba all'inquinamento e a qualsiasi necessità di salvaguardia ambientale. 
Condizioni assurde, che servono evidentemente solo a fare cassa. Chi paga va, e pure in modo scomodo. Chi non paga non va. Questa è la discriminazione. Non come si comportano le persone una volta scese al lago. Non se hanno rispetto della natura. E un luogo tanto bello diventa a servizio di interessi economici, gli unici che fanno la differenza. 
Ed è per questo motivo che sono già tre anni che non vado più a Martignano. Non per i 9 euro che bisogna pagare, non per la scomodità. Ma per principio. Perché la natura è di tutti e l'unica differenza dovrebbe essere fatta tra chi la rispetta e chi no. Non tra chi può comprarsela e chi no. Soprattutto perché, in questo caso, in cambio di denaro non ci sono servizi efficienti né investimenti a favore del luogo, e non ci sono neppure motivazioni di salvaguardia reali. Qui c'è solo speculazione sulla natura . E' essa stessa, nuda e cruda, che viene messa in vendita.

Ma torniamo alle ragioni di questo post. Come sapete il mio blog è un blog dell'anima. Fatto per raccogliere le emozioni che emanano i luoghi. E qui si deve concentrare la mia attenzione, distolta per troppe righe dalla rabbia, e a queste emozioni devono tornare i ricordi che ho di Martignano. 

A quando, dall'alto, la vista spazia per la prima volta sul panorama del lago.
Le fronde degli alberi mosse da un leggero vento. I colori stemperati nella brezza di un pomeriggio di inizio primavera. Pigri. Miscelati dal vento in una serie di chiaroscuri dai labili confini. 
E nulla intorno. Solo Martignano. Il fascino di un luogo in cui non si può solo passare, transitare, capitare, ma si va. Non collegato a null'altro che a se stesso. Piccolo universo autonomo.

Per toccare le rive del lago si scende la vallata ricoperta, in primavera, di erba alta, incolta e ballerina schiava dei venti. Meta: la macchia d'azzurro che ci attira come una calamita. Bussola tra la vegetazione. Avvolta dagli alberi che la adornano come un vestito di stoffa pregiata cinge il corpo di una donna già bella, esaltandone la bellezza e proteggendola. 

E, arrivati sulla riva del lago, sul serio si percepisce d'essere in un mondo a parte. Tranquillità, pace, serenità. Una barca dolcemente adagiata sull'acqua calmissima. Nuvole riflesse. Boschi e prati avvolti nella luce magica del tardo pomeriggio, che suggerisce regni di fiaba (non a caso Martignano fu scelto come ambientazione della casa della Fata Turchina nel Pinocchio di Comencini). 
Silenzio, quiete, isolamento. Questa è l'anima di questo luogo. Un incanto fatto di purezza. Di un'aria limpida e una natura genuina. E del limite. Il limite per cui non si può andare oltre, per cui non si transita da Martignano, ma si sta. Entro il suo perimetro d'acqua. Che racchiude già tutto. L'identità del luogo pura. Non contaminata da nessun altro luogo, con la personalità spiccata che hanno tutti i luoghi isolati, che non portano ad altri luoghi ma solo a se stessi.





Godiamo allora di questo piccolo universo prezioso, completo per se stesso. Immaginiamo corse sui prati, avventure d'infanzia di tanti anni fa, quando correndo a piedi nudi sognavamo d'esser sollevati dal vento e volare sui boschi e planare sull'acqua. E immaginiamo che tutto il mondo sia così. Bello, pulito, genuino, incontaminato. O che sia questo il mondo. Questo luogo solo, che ci assorbe con la sua anima fiabesca.

Mettiamo pure i piedi nella ghiaia della riva del lago, tra l'acqua cristallina ora appena un po' sollevata dalla corrente. Gettiamo un occhio alle rive illuminate dal sole dall'altro lato del lago. A quelle dolci collinette rassicuranti che lo circondano tutto, come una gemma preziosa montata ad arte. 
Notiamo come non ci sia più nessuno, qui, in questo tardo pomeriggio al lago. Solo le favole antiche della nostra immaginazione.
E sospiriamo di felicità...



giovedì 8 gennaio 2015

Un tuffo nelle acque del Krka

  
Inizio il nuovo anno con un post dedicato a un luogo che ho particolarmente a cuore. E, naturalmente, inizio dall'acqua. Chi mi segue avrà capito da tempo che è il mio elemento dell'anima. Dunque stavolta vi porto in Croazia, in Dalmazia per la precisione, alla scoperta di uno dei parchi nazionali naturali del paese: il parco del Krka, dove l'acqua regna sovrana e dominatrice su tutto.
 
Si arriva in macchina fino a Skradin, piccola ma curata località a ridosso del parco. L'ambientazione, già qui, è pittoresca. Fitti boschi si affacciano sulle rive del fiume. Piacevolissimo è sostare sulla riva, senza fretta, permettendosi il lusso di perdere la cognizione del tempo. Mentre ci si lascia cullare dal rumore della corrente. Mentre arriva l'odore di acqua e di boschi. E già ci si rilassa. E si sogna.
 
 Ma il meglio deve ancora venire. Per entrare nel Parco vero e proprio occorre pagare un biglietto e salire su una delle imbarcazioni che fanno avanti indietro tra Skradin e le cascate.
La navigazione sulle acque del fiume è lenta e piacevole. Dura circa una ventina di minuti e permette di addentrarsi nelle anse del fiume e scoprirne scorci caratteristici e fauna e flora che vi si nasconde.
Il battello vi lascerà poi a poca distanza dalle meravigliose cascate del Krka, pronti al percorso che vi sorprenderà per la fitta vegetazione dal sapore tropicale che troverete. Rivoli e cascatelle scorrono in un fitto sottobosco, fatto di liane, arzigogolate radici di alberi e grandi foglie nutrite dalle acque generose del fiume. 
 
Lungo il percorso sarà piacevole anche visitare uno dei vecchi mulini ad acqua addetti, un tempo, alla macinazione del grano.
E' veramente incredibile come anche le costruzioni umane, qui come in quasi tutta la Croazia, siano perfettamente inserite nel contesto naturale. Lo arricchiscono senza deturparlo, diventando complementari allo stesso paesaggio fatto di boschi, di acqua, di pietra.
Sembra di essere in un mondo immaginario, nato dalla fantasia di una favola bella. 
Ma è inutile negare che la parte principale del parco, quella che lascia davvero senza fiato, debba ancora venire.

Camminando tra la vegetazione, infatti, arriverete presto al cuore del parco: la lunga catena di salti che fa il fiume, scorrendo rapido nella verdissima valle. Le mille sfumature dell'acqua, dall'azzurro al turchese, sono uno spettacolo per gli occhi. Ma quello che colpisce di più è la forza dell'acqua che, rapida, trascina via tutto e continua a scorrere per chilometri e sembra non finire mai. L'anima del luogo è la sua. Irriverente. Meravigliosa. Con una forza attrattiva spaventosa.
 


In un tratto solamente è consentita la balneazione. A ridosso di una delle cascate meno dirompenti, ma ugualmente affascinanti. Qui, sebbene l'affollamento di bagnanti sia notevole, fare un tuffo è un'esperienza assolutamente da fare. E' il bagno in un luogo per privilegiati. Nuotare qui, a ridosso di una cascata il cui suono vi accompagnerà come una costante melodia, tra la vegetazione acquatica e le rive alberate, fino al tardo pomeriggio, vi farà sentire lontanissimi dal mondo reale. Immersi in un mondo tutto vostro. Fatto di acqua. Di anima. In un Eden terreno, tanto desiderato. In cui siete creature d'acqua e di vento. Ninfe di fiume o sirene. Non importa. Vivrete comunque la loro vita irreale. Nella vostra mente perderanno confine palazzi e cemento, per essere sostituiti da una normalità fatta di questo: di acqua, di aria, di sole. Sarete questo. E sentirete il vostro corpo leggero e i problemi inconsistenti.
Che meraviglioso sentire! Anche se per un pomeriggio soltanto. 
Che bella finzione! Credere di vivere qui per sempre. Di essere, anche voi, creature di questo luogo.
 
Ma state attenti a non farvi trasportare troppo. C'è chi non si accontenta e rischia grosso. Guardate nella foto qui sotto. C'è qualcuno nel punto più pericoloso della cascata grande. 
 
  
Oltre a essere assolutamente vietato è molto pericoloso. Bisogna rispettare la natura, restare entro certi confini fisici. Se con la fantasia possiamo valicarli, con il corpo no. E allora "accontentiamoci" di guardare tutta la grandiosa bellezza di questa cascata, sentiamo l'acqua scendere impetuosa e continua, annusiamo l'aria carica di umidità, ma non pretendiamo di toccare il Krka ove non sia possibile. Non è necessario. Se ci sediamo con tranquillità pronti a recepire l'anima del luogo, se ne comprendiamo la forza e la meravigliosa potenza, anche restando al sicuro nel nostro angolino, anche nuotando solo nel punto consentito, percepiremo il Krka nella sua interezza.
 
 

domenica 14 dicembre 2014

Cefalù da fuori Cefalù (parte seconda): la statale 113 e la Cefalù - Gibilmanna


Strade. Luoghi di transito. Luoghi di unione tra luoghi. Con una propria identità, che tuttavia non può che contenere - e completare - anche quella dei luoghi che attraversano.

E così, tanti anni fa, la Sicilia era per me, prima di tutto, la statale 113.
La prima che, in un mattino d'estate, dopo aver passato tutta la notte in treno, vedevo al risveglio correre veloce accanto alla ferrovia. Con il finestrino del treno abbassato (allora si poteva fare) il vento tagliava la faccia e portava miscelato l'odore di mare e di fiori. Sfilavano una dietro l'altra piccole baie ciottolose con qualche bagnante e qualche pescatore. Finché finalmente il profilo di Cefalù, sognato tutto l'inverno, si materializzava nella visione della rocca. La strada, parallela alla ferrovia, vi correva incontro.

Se siete a Cefalù e avete voglia di mare e di guidare, nulla è più consono ai vostri desideri della statale 113. Panoramica. Costiera come poche ne ho viste al mondo. Costruita proprio accanto al mare. Poco sopra il suo livello. Sfiora le cale più belle, gli scogli più solitari. E' baciata dal sole. Pare costruita appositamente per il piacere di guidare e per calmare lo spirito, lasciando tuffare i pensieri in quel mare blu così vicino, mentre a noi resta la serena sensazione di quanto sia meraviglioso lo spazio aperto che ci circonda. 

La rocca di Cefalù dalla statale 113

E la statale 113 è, naturalmente, anche Cefalù. Quando la rocca ci appare, da qui, tra cielo e mare. Ultimo lembo di terra dopo le montagne. Ultimo punto di contatto umano. 
Da questa prospettiva ci nasconde il paese, pare celarlo per tenerlo per sé o per farci una gradita sorpresa quando saremo finalmente arrivati. E pare piccola piccola, persa tra nuvole e spighe di grano, eppure dalla forma sempre riconoscibilissima. Un punto fermo, indiscutibile. Meta d'arrivo e di partenza. 

Da qui si vedono i più bei tramonti colorare il cielo di giallo e d'arancio. Il mare gigante accogliere il sole. Il contorno della rocca circondato da riflessi di luce.

Tramonto su Cefalù dalla statale 113

Altre sere a predominare è una nebbiolina rosa avvolgente. Pare nasconda le cose e invece le svela di più. Parla direttamente con l'anima, con l'immaginato. Tocca corde di percezione segrete. Rasserena. E commuove.
Tutto pare immobile, finché poi, improvvisa, la luce del faro di Cefalù si accende e il bagliore intermittente, ancora appena percepibile, indica la via. Man mano che cala la notte, poi, diventerà squarcio nel cielo nero, a indicare la vita.

Tramonto su Cefalù dalla statale 113

Qual è, dunque, da qui, l'anima di Cefalù? 
E' un'anima selvaggia, naturale. Un'anima dai colori decisi. Dallo spazio aperto. Ampissimo.
No, da qui non si vede il paese, eppure Cefalù è più presente che mai. In quella sagoma che a seconda dei giorni, del tempo, può essere ben definita o dai contorni sfumati, c'è tutta la promessa di un punto fisso, fermo nel tempo e nello spazio. Come il faro guida i naviganti per mare, così la rocca ci guida verso il paese. Promette, e mantiene, che quell'ultimo lembo di terra ha qualcosa di unico che si ripete nel tempo, e che non cambia mai per cambiare sempre.


Ma c'è un'altra strada irrinunciabile. Un'altra passeggiata doverosa per scoprire Cefalù da una prospettiva ancora diversa, e che personalmente ha accompagnato molto del mio cammino. La cosiddetta Cefalù - Gibilmanna, la strada che sale sulle Madonie e congiunge il paese al Santuario di Gibilmanna.
Tutta tornanti, si arrampica lasciando il paese sotto di noi.

Il paese visto dalla Cefalù - Gibilmanna

Da qui Cefalù appare com'è: p
rotetta tra le sue alture e tutta tuffata nel blu. Col suo abitato e la rocca. E il mare che si indovina dal colore. Il blu cambia a seconda delle correnti e dei venti. Il bianco indica mareggiata e gli increspamenti i giorni di maestrale. Quando c'è scirocco una patina pare avvolgere tutte le cose come un velo trasparente ma ostinato, che si posa ovunque e impedisce ai colori di brillare a dovere.
Qui si vede tutta Cefalù, eppure si è in un mondo a parte, ovattato, lontano dal chiasso della vita paesana, dall'allegria dei bagnanti d'estate. Guardiamo Cefalù con necessario distacco, lo immaginiamo e lo facciamo più nostro di quello che è. Lo desideriamo, forse, ma non lo viviamo che con superbo e incantato distacco.

Cefalù, vista dalle Madonie

Una luce generosa - quella del tardo pomeriggio - posa un rosa romantico sulla rocca e sulle case del centro storico. Accentua il verde delle Madonie. Sfuma il mare e lo rende di un delicato colore pastello.
Per un attimo non si desidera altro che questo panorama. Sospeso. 
Poi il cuore riprende a battere. Il desiderio di vita a scorrere. E la strada Cefalù - Gibilmanna, con la sua anima elitaria, ma generosa, ci riporta in paese.




mercoledì 26 novembre 2014

Cefalù da fuori Cefalù: la collina di Sant'Elia


Ricomincio da qui. Da questo luogo che per me è Luogo per eccellenza. Dall'anima del mio luogo dell'anima. Cefalù. Ancora una volta. Sempre.
Questa volta visto da fuori. Da lontano. Quando la  rocca spicca, predominante nel paesaggio, eppure si è distanti e il paese si immagina soltanto. Diventa sogno, idea, possibilità mai del tutto possibili. Magia. O meglio malìa. Si indovina la vita che vi scorre, ci attrae e ci spaventa, al sicuro nell'isolamento che godiamo da lontano. Il paese è tutto nostro, inventanto a misura di desideri perduti nel tempo. Senza difetti. O con difetti estremamente attraenti.
E bellezza. Bellezza perfetta che mai smette di stancarci nella sua contemplazione. Sempre uguale e sempre diversa.

Inizio dalla collina di Sant'Elia. Proprio quella che fa parte del paesaggio del paese; quella collina verde, poco fuori l'abitato, che fà da sfondo alla vostra passeggiata per le vie cefaludesi e per il lungomare, visibile praticamente ovunque dal paese. Proprio la prima delle alture che incorniciano Cefalù e costituiscono lo sfondo naturale in cui è adagiato insieme alla rocca.
Salite, se avete tempo, sulla cima di questa collina. E' un'esperienza indimenticabile.
La strada, sterrata, arriva fino a un certo punto. Poi si lascia la macchina e si va a piedi. Tra ciuffi di erba alta scossi dal vento che qui corre senza alcun freno. Tra piccole costruzioni in pietra abbandonate. Tra rovi e tronchi e solitudine. Non c'è mai nessuno qui. Siete soli a fare i conti con voi stessi. Vi sentirete inquieti. Non siamo - noi uomini - più abituati ad essere così soli nella natura. Nessuna presenza umana. Fa un po' paura. Il cuore batte man mano che si avanza tra l'erba alta. 

La punta della rocca di Cefalù appare dalla collina di Sant'Elia

Poi eccola. Improvvisa. Appare.
La punta della rocca di Cefalù che riconoscete subito familiare. Amica. Anche se siete abituati, voi frequentatori del paese, a vederla sopra di voi, non sotto. Ma in un lampo si stravolge ogni prospettiva, perché siete più in alto di lei. Più in alto di tutto. E se fate qualche passo ancora, incerto, ma imprescindibile ormai, piano piano si svela tutta e poi appare il paese con il suo abitato e il mare tutt'intorno. Sotto di voi. E vi pare di volare. Di dominare tutto. Di capire tutto. Che sensazione meravigliosa e inusuale di completezza!
E ora, di fronte allo spazio aperto, non vi sembra più d'essere soli e vulnerabili, ma dominatori della vita del paese. Di vederne la totalità e che questo sia uno spettacolo che va in scena per voi soltanto. Qui siete in presenza di tutto eppure siete soli. Siete i privilegiati a cui si rivela quest'anima d'aria e di luce. Di roccia, di radici e di mare. Basta la vista aperta a tenervi compagnia, a rasserenare l'anima, a farvi orgogliosi d'aver scoperto il luogo. Quasi fosse un segreto che a voi soltanto si rivela. Qui vi pare di avere tutto chiaro. Di avere le chiavi del senso della natura e della vita. Di essere leggeri. Di diventare vento. Senza bisogno d'altro che dell'anima potente, dal carattere forte, di questo luogo. Un'anima che urla. Che vuol essere unica. Che si impone, prepotente, su tutto. Inevitabile.

Cefalù vista da Sant'Elia

E il paese, circondato dal mare, è tutto lì sotto. Immobile e vivo al tempo stesso. Come se il tempo e lo spazio fossero racchiusi qui, adesso, in un solo sguardo che abbraccia tutto dall'alto e lo  trasforma in sogno.

L'abitato di Cefalù visto dalla collina di Sant'Elia





L'anima dei luoghi si espande

Eccomi di nuovo a scrivere su questo blog. Dopo tanti mesi di assenza giustificata dalla nascita di mio figlio. Solitamente sono contraria a parlare della mia vita personale, il mio compito è suggerire l'anima dei luoghi da me visitati, ma senza intermediazioni personali. E' un'anima che diventa universale, che non voglio legare alla mia persona, alla mia vita, ma che deve essere condivisibile da tutti. Fuori da me, dentro il luogo. Per amarla non avete bisogno di conoscere me, di legarvi al personaggio che rappresento. Vi basta andare. Camminare, respirare, sentire. Essere recettori di tutti gli stimoli che un luogo manda. Eppure questa volta è diverso, ed eccomi a dirvelo. Dirvi il perché ho abbandonato il blog per qualche mese. E lo faccio perché, inevitabilmente, lui ha cambiato il modo di sentire e quindi quello di raccontare quello che sento. I colori si sono fatti più sgargianti, i luoghi più attraenti, il mare sorprendente, il vento giocherellone, la pioggia una scoperta, la montagna gigante. Tutto da raccontare anche ai suoi piccoli occhi e, soprattutto, da vedere attraverso di essi. E allora i luoghi appaiono ancora più nudi di come apparivano prima. Ogni dettaglio, che per noi adulti è scontato, si rivela al bambino in tutta la sua sorprendente bellezza. Si sente l'anima in una maniera più dettagliata, più vicina alla sua interezza. Purificata da ogni relazione col vissuto, col visto, con lo scontato. Più vicina alla verità, libera com'è da ogni pregiudizio, paragone, ricordo. No, ho sbagliato a scrivere che è cambiato il mio modo di sentire. Non è così. E' solo che, ora, sento di più. Perché sento anche per lui e attraverso lui. E l'anima dei luoghi si espande e si arricchisce di sfumature e di dettagli. Ogni minima cosa rivela significato e meraviglia.
Grazie a tutti e buona continuazione...

lunedì 30 giugno 2014

Parco Urbano del Pineto: la magia della natura in città


Parco Urbano del Pineto

Nel cuore di Roma, tra i quartieri Trionfale, Primavalle e Aurelio, proprio dove mai lo immagineresti, sorge un'area naturalistica sorprendente. Fatta di bosco, di valli, di campagna. Adornata di fiori, muschi e di prati. Il suo nome è Parco Urbano del Pineto. E' una zona protetta, istituita nel 1987 e comprendente circa 250 ettari di terreno.
Per me è stata una scoperta folgorante. Ammetto che vivo vicino al Parco da molti anni. Eppure non ero consapevole della sua bellezza. Quel che appare dalla strada, la Pineta Sacchetti, non è che una pineta, appunto. E pare che tutto finisca lì. O almeno, così ho immaginato per molto, moltissimo tempo. E non ho mai frequentato neppure quella piccola area perché, fino a qualche anno fa, effettivamente era territorio di accampamenti nomadi e gente poco raccomandabile. Poi le cose sono lentamente cambiate, l'area è stata riqualificata e la pineta restituita agli abitanti dei quartieri limitrofi e ai visitatoti.
Quello che, però, mai avrei immaginato, è quanto il Parco si estenda al di là di quella pineta che sembra racchiuderlo tutto e invece non è che la sua infinitesimale parte. Subito alle sue spalle, infatti, si aprono sentieri che portano a scoprire una bella campagna, dove la vista si schiude meravigliosa fino alla cupola di San Pietro.  

La cupola di San Pietro, vista da Parco del Pineto


E' un paesaggio fatto di sentieri di terra ricavati tra la vegetazione. E cambia di stagione in stagione regalando ogni volta scenari diversi. Fatti di flora che si modifica a seconda dei mesi dell'anno e di colori che mutano a seconda delle ore e della luce. Il verde delle piante, il giallo del grano, il marrone della terra, i colori dei fiori sono mescolati con sapienza dalla natura. Malva, papaveri, mirti, ginestre, erica, finocchi selvatici e molte altre piante si alternano animando il Parco.
 
Primavera a Parco del Pineto
In primavera, dalla terra nascono le spighe. Dapprima sono piccole. Sbucano timide ed esili dal suolo. Crescono tra i fiori. Rispettose.
Nel giro di pochi giorni si fanno adolescenti e sfrontate. Invadono i campi e mirano al cielo. Verdissime. Spostate dal vento che porta fruscii e profumo. Di natura nel pieno del vigore. Di primavera. Di vita.



Estate a Parco del Pineto
Poi viene l'estate. Neanche te ne accorgi. Ma un giorno le vigorose spighe non sono più verdi, ma si fanno mature. Tinte di un giallo prezioso come l'oro.









Ma non si tratta solo delle spighe. Qui le stagioni si alternano insieme alle specie vegetali. Non conosco tutti i loro nomi, purtroppo, ma so quale magia è, vedere il paesaggio che cambia completamente aspetto di settimana in settimana. Tutto è programmato perfettamente da Madre Natura. Prima una specie di fiori, poi tocca ad un'altra, poi un'altra ancora. In una successione perfetta ma che non smette mai di stupire.

Fiori a Parco del Pineto

Fiori a Parco del Pineto






Specie vegetali a Parco del Pineto

Ma le sorprese non sono affatto finite. Perché oltre alla pineta, oltre alla campagna, c'è di più. Uno dei sentieri a ridosso della biblioteca Casa del Parco, che sorge proprio dentro il Parco, dove i pini terminano, conduce in un'area completamente diversa. Qui si apre un mondo nuovo. Più inaspettato ancora del primo. Ci troviamo immersi in un vero e proprio bosco, come se fossimo stati trasportati improvvisamente fuori città. Procediamo. Increduli.

 
Sughero. Parco del Pineto
Gli alberi si infittiscono, il sottobosco si arricchisce. Il silenzio si fa reale, l'ossigeno più puro, il respiro profondo. L'odore delle piante sostituisce quello dello smog. Intorno solo bosco. Scompare la città. Non si vedono più case, cemento, costruzioni. Niente di niente. E comincia la magia.
Fatta di sugheri, querce, lecci. Col sottobosco ricamato da ciclamini, funghi, felci, muschi.

Funghi



Parco Urbano del Pineto. Il bosco

E da questo sentiero se ne dipartono altri. E altre scoperte ci aspettano. 

Parco del Pineto
La prima è la presenza dell'acqua. Improvvisamente si sente scorrere e gorgogliare tra la vegetazione. C'è fresco, umido. Si sente di più la vita. E seguendo il rumore si arriva ad un minuscolo laghetto.
Se l'attraverserete, dalla parte opposta continuerà il percorso tra il bosco, che qui si fa ancora più fitto e col suolo quasi sempre umido: la luce del sole fa fatica a penetrare tra gli alberi fitti dalla chioma alta e l'acqua scorre in piccoli rivoli nel sottobosco.












Rocce rosse. Parco del Pineto
Ma non è l'unica novità del paesaggio. Ben presto, infatti, vi renderete conto di camminare su sentieri di sabbia. Vera e propria sabbia, evidente residuo della presenza di mari in questa zona, nella preistoria.
Fino ad arrivare a conformazioni rocciose rossastre, piuttosto particolari, argillose, che formano delle vere e proprie dune e ricordano i canyon.












Continuando a camminare, tra salite e discese, tra sentieri e boschi, si arriva infine ad una valle che a me piace chiamare "Valle dell'Eden".
Qui siamo del cuore del parco. Nell'isolamento assoluto. La città è lontanissima dalla nostra vista, dal nostro udito e soprattutto dai nostri pensieri. Una valle isolata, scavata dentro il parco, protetta dal bosco. Ci si sente orgogliosi di averla scoperta. Solo natura intorno. E ogni tanto qualcuno che passa, gente tranquilla, che passeggia con i cani in religioso silenzio o che cerca verdura. Ci si saluta, con queste persone. Perché ci si sente abitanti di un piccolo mondo, privilegiati dalla scoperta di questo luogo segreto. Ci si sente di condividere qualcosa di prezioso, uniti dall'amore per la natura. Ci si riconosce simili.


Valle interna. Parco Urbano del Pineto

Se poi si risale la valle dal lato sinistro, si arriva ad un'altra valle, più piccola e meno isolata della prima, ma sicuramente anch'essa suggestiva, che confina con l'entrata del Parco dalla zona di Trionfale. In primavera le sue spallette si riempiono di milioni e milioni di bellissimi fiori viola. Uno spettacolo di vita e profumi.

Valle. Parco Urbano del Pineto




Parco Urbano del Pineto. Fioritura primaverile

Ovviamente, con una natura così generosa, non manca una fauna altrettanto varia e ricca.

Mantide religiosa. Parco Urbano del Pineto





Il Parco è popolato da cinghiali, volpi, topi, bisce, moscardini, rane, insetti di ogni genere. Sono loro il popolo sovrano del Parco. Gli dobbiamo rispetto. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
 

Cosa dire, infine, a conclusione di questo post? Non mi è facile trasmettere tutta l'anima del Parco con le parole. Perché di anime ne ha molte. Tante sfaccettature di una sola medaglia che è la grandezza della natura.
Il valore aggiunto, qui, è la varietà di ambienti all'interno del Parco. E la sorpresa di scoprire paesaggi completamente differenti ogni volta. Qui si può guardare la natura trasformarsi, stupirsi ogni volta di piante che c'erano e poi lasciano il posto ad altre. Il paesaggio muta sotto i nostri occhi e il disegno di Madre Natura si svela generosamente. Ci sentiamo invasi dalla vita. Dal benessere. Da un vento che porta gli odori della campagna e poi del bosco. Ci sentiamo liberi. Selvaggi un po' anche noi. Ed è una magia che avviene, miracolosamente, proprio dentro la città. Non serve andare lontano. Nessuna gita fuori porta è necessaria. Basta addentrarsi nel Parco del Pineto, bastano pochi minuti, affinché la natura sia nostra e noi suoi.