mercoledì 16 gennaio 2019

La viva spiritualità del lago di San Domenico


Nell'Abruzzo meridionale e già montano, non lontano dal confine con il Lazio, in provincia dell'Aquila e sotto il comune di Villalago, trova dimora lo splendido lago di San Domenico.
Si tratta in realtà di un lago artificiale, creato intorno agli anni '20 per esigenze umane, ma che si incastona in maniera così perfettamente naturale nel contesto paesaggistico, da essere considerato come autentico gioiello, meritevole meta di escursioni e pellegrinaggi. 
La strada per arrivarvi è la suggestiva anticipatrice dell'incanto del luogo: costeggia le Gole del Sagittario, incuneandosi tra le curve delle acque e delle pareti montane. Sorprende. Rinfresca la mente. Prepara già gli occhi al paradiso. Quando si apre la visuale sul lago, infatti, siamo stati già condotti sulla via della bellezza. Già abbiamo, da qualche chilometro, lasciato l'asfalto urbano, disordinato e caotico, per immergerci nella guida veritiera della natura. 
E nonostante questo, nonostante siamo già mentalmente immersi in un mondo a sé stante, vedere il lago è un sussulto di emozione tangibile. Le acque verdissime, la spiaggetta bianca, le montagne boscose e selvagge intorno, gli alberi che lo incorniciano, ci lasciano di stucco proprio perché sono di una tale perfetta bellezza - non riusciamo proprio ad immaginare un elemento mancante - da sembrarci impossibile esista sul serio questo luogo. E' la perfezione assoluta ad incantarci. E che sia così, paradossalmente, a portata di mano, lungo la strada che, continuata, porterebbe senza intralci al più famoso lago di Scanno. 
E' l'incanto che ci si offre davanti spontaneamente, a sorprenderci. Che una tale meraviglia non sia da cercare tra le montagne, dopo un trekking sfiancante, ma si apra a noi semplicemente. Forse, sentiamo di non meritarlo il paradiso. Che debba essere più sofferto o forse solo più ostentato, per crederlo reale. Perché il lago di San Domenico, in fondo, nonostante la assoluta bellezza, non è poi così segnalato a livello turistico né - fortunatamente - sfruttato. Resta un luogo integro, intimo, delicato. Un tesoro che, paradossalmente, è sotto gli occhi di tutti, ma resta silenziosamente in disparte, in punta di piedi. Al margine di questa strada che, silenziosa anch'essa, scivola via tra le Gole del Sagittario e il lago di Scanno. Nel mezzo, questo lago che vede chi vuol vederlo, che urla in silenzio per chi sa sentirlo. Che si regala a tutti, e si rivela, forse, a pochi. 
Occorre inventarselo un po', il parcheggio. I posti ricavati da qualche slargo della strada sono pochi. Occorre volercisi fermare, sulle sponde di questo lago. Nessun parcheggio costruito appositamente, nessuna segnaletica invadente, dirigerà le vostre azioni. Sarete voi a sapere che vorrete visitare esattamente questo luogo. A decidere, coscientemente, di fermarmi qui. A riconoscere il tesoro che si para proprio davanti a voi, incustodito. E forse proprio questo non è semplice: saper godere la meraviglia di ciò a cui si ha libero accesso.

Ponte per l'eremo di San Domenico

Un nuovo ponte pedonale, costruito sopra i resti di quello preesistente, vi porterà (emozionati) nel cuore del lago. Questo ponte è tramite e punto di contratto tra lo scorrere della vita preesistente e il tempo a sé stante di questo luogo, anima della natura e anima della spiritualità. Sulle sponde del lago, infatti, sorge (e sorgeva molto prima del lago stesso) il suggestivo eremo di San Domenico, detto anche Prato Cardoso, dove il Santo dimorò intorno all'anno mille, vivendo in isolamento per almeno sei anni. 

Croce affacciata sul lago.
Superato il ponte, uno slargo si apre sul lago; quasi  una piazzetta con affaccio sullo splendido panorama circostante. Incontaminato, fatto di acqua e di alberi. 
Una croce, solenne, è eretta a protezione della natura. O forse è la natura stessa a legittimare la presenza di questa croce qui. Non ha importanza. E' la spiritualità del luogo a non essere in discussione. 
Si respira spirito. Che sia quello della natura o quello di un credo specifico, poco importa. Un silenzio irreale ci avvolge e racconta più di mille voci insieme. Ci estraniamo dal mondo, sentiamo qualcosa di non ben definito invaderci e colmare l'anima. Ma non è ancora la quiete, la pace; queste verranno successivamente. E' un inquieto senso di benessere, a cui, per ora non ci sappiamo abbandonare, ma che ci riempie e ci incita a scoprire un  luogo che ci cattura e ci estranea  e ci emoziona.

Bifora nel loggiato dell'eremo di San Domenico.
Entriamo del loggiato della piccola chiesa. Qui dei dipinti di Alfredo Gentile raccontano quattro episodi legati alla vita del Santo. Una bifora permette la vista del lago. Oltre ad essere molto suggestiva, ha valore estremamente simbolico: è come se l'ambiente naturale e quello spirituale non fossero mai separati, ma restasse sempre aperto il varco di comunicazione tra i due. Visivo, ma anche, e soprattutto, emotivo e simbolico. 

Entrando all'interno della chiesetta vera e propria, l'allerta dei sensi aumenta. Il cuore accelera nell'attesa di qualcosa di indefinito; i piedi compiono i loro passi quasi autonomamente, seguendo una sensazione spirituale molto forte, che conduce giusto dietro l'altare, ad una porta che si apre su ripidi scalini scavati nella roccia calcarea. 

Grotta di San Domenico.
Salendo le scale anche questa sensazione mistica che ci accompagna sale, e culmina esattamente davanti al cancello posto a protezione dei resti del giaciglio di San Domenico, all'interno della grotta scavata nella roccia, dove il benedettino dimorava. E' qui che il Santo visse in isolamento, tra solitudine, preghiere e penitenze. E' qui che ebbe le apparizioni. E questa roccia conserva traccia di tutte le sofferenze e le rivelazioni che furono. Traccia viva del sudore del Santo; alone del misticismo e del mistero che qui si consumò in quei lontani giorni di eremitaggio.
C'è qualcosa che brucia nell'anima, toccando questo cancello. Qualcosa che attrae e terrorizza al tempo stesso, nell'aria che si respira dentro questa grotta. E' il respiro delle polveri del tempo, dell'energia fortissima di una meditazione rivelatrice. Il cuore batte profondamente e lentamente; lo sentiamo dentro, questo luogo. Conserva ogni cosa accaduta. Gli occhi sono spalancati su qualcosa di assolutamente vivo e reale che tuttavia non riusciamo a distinguere. Quei fasci di luce verso il cielo, che vide San Benedetto, a noi non sono dati vedere, eppure li sentiamo perfettamente. Gli occhi spalancati ce li rivelano dentro la nostra anima.

Anche qui, una cavità nella roccia, non impedisce la vista dei boschi al di fuori. La natura entra prepotentemente dentro. In un tutt'uno. Si sente scorrere l'acqua. E' la sorgente del fiume Sege, alle cui spalle sorge questa grotta solenne. Il tintinnio vivo dell'acqua deve essere lo stesso che rapiva San Domenico dalla sua solitudine, per offrirgli il conforto rivelatore della natura sovrana, da sempre, di questo luogo e del nostro mondo. Qui c'è verità. Qui è da cercare, nella propria anima e in quella del luogo, la consapevolezza. 
Uscire da questa grotta, dalla chiesa, dal suo loggiato, e arrivare sulle sponde del lago è come aver compiuto un lungo viaggio spirituale che ci ha modificati dentro. 
Ora, la sensazione è quella di benessere e pace assoluta. Di armonia con noi stessi e con il mondo. Le acque verdi del lago, le spiagge bianche, l'argentea cascatella, i fitti abeti che ci circondano, sono fatti della stessa materia della nostra anima. Tale perfezione non ci sorprende più - non può che essere così adesso -, ma ci avvolge e ci inorgoglisce.

Le acque del lago di San Domenico.

I boschi che circondano il lago di San Domenico.

Il meraviglioso paesaggio ci lascia una sensazione, ora, di pace e completezza. Abbiamo fatto un percorso, un viaggio dentro al viaggio; ci siamo dapprima sorpresi, poi tuffati e quasi siamo stati sopraffatti dalle forti sensazioni di questo luogo, infine abbiamo trovato la pace. Come una liberazione dalle energie negative, che qui sono state assorbite ed annullate. Comprese e superate.
Qual è dunque l'anima di questo luogo? E' anima tutta. Un'anima di pace, di silenzio, di mistero, di natura, di bellezza, di perfezione, di energia, di misticismo, di meditazione, di raccoglimento e d'incanto. Ma è sopratutto un'anima fatta di tanti piccoli tasselli di una spiritualità diffusa su tutte le cose. Sull'eremo, sul giaciglio del Santo, ma anche sulla terra, sulla roccia, sui flussi dell'acqua, sulle sorgenti, sui boschi. Un'anima che pervade tutta l'aria di questo luogo, che respiriamo come nutrimento di vita. 

Panorama lago San Domenico.

E andando via, percorriamo l'itinerario al contrario, questa volta con una consapevolezza nuova. Pronti a tornare alla nostra vita normale, ma più forti. 
Ma non possiamo fare a meno di voltarci, un'ultima volta, ad ammirare il panorama del lago, così perfettamente distribuito tra sponde di ghiaia bianca, acque verdi, e montagne d'intorno. E un raggio di sole che filtra ad illuminarlo. Delicatamente. Traccia di spirito.





 

venerdì 14 dicembre 2018

L'anima malinconica e solenne dell'antica Monterano


Nella regione Lazio, a nord di Roma e a ovest di Bracciano, ad appena due chilometri da Canale Monterano nuova, sorgono i resti di quella che fu Monterano. Città di antico splendore, dalla storia travagliata fatta tanto di gloria quanto di abbandono. Oggi una della più affascinanti e ben conservate "città fantasma" d'Italia. Inserita in un contesto naturale prezioso: tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, nel cuore della Riserva Naturale Monterano, sorge su un'altura di tufo tra le forre del fiume Mignone e del torrente Biscione. L'intima commistione tra storia, architettura e natura ne fa luogo di rara emozione e indiscusso fascino.
E' necessario tratteggiare, anche solo brevemente, la storia millenaria di Monterano per comprendere pienamente la particolare e rarefatta atmosfera che aleggia tra le sue rovine.
I primi insediamenti si devono al popolo etrusco, di cui ancora oggi restano evidentissime  impronte. 
Sepolcreti etruschi.
Alla base stessa dell'altura madre della città ci si imbatte in sepolcreti etruschi, utilizzati poi nei secoli come cantine e stalle dai popoli che si sono succeduti al controllo. Infatti, passata sotto il dominio dell'Impero Romano e poi declinata con l'avvento dei Longobardi, la storia di Monterano non è che ancora all'inizio. Risorse durante il Medioevo per arrivare al periodo di massimo splendore con il ducato degli Altieri: papa Clemente X commissionò al Bernini opere di pregio per la città, che conobbe così la più florida fioritura. Tuttavia un oscuro destino di declino, ma non certamente di oblio, ha sempre seguito le fila della storia di Monterano. Dalla morte di Clemente X iniziò una lenta decadenza e lo spopolamento, questa volta definitivo, nel 1770 in seguito a un'epidemia di malaria e infine nel 1800 con l'incendio e il saccheggio da parte dell'esercito francese.

Ma veniamo a noi e a quello che, oggi, significa visitare ciò che rimane di così tanta storia lasciata da popoli diversi che si sono affaccendati in questi stessi luoghi.
Monterano vista dal sentiero.
Entrare nella riserva, seguendo il sentiero ben segnalato tra i boschi, verso le rovine, è come entrare in un'area magica, un perimetro protetto da forze misteriose e altro dall'esterno. Vedere comparire sull'altura, tra gli alberi, i resti di Monterano, imponenti, è il primo, diretto impatto, su quella che doveva essere stata la forza dirompente di questa città, che ancora oggi conserva il suo aspetto solenne, elegante e a tratti altero. Sarà per via della posizione sulla sommità, sarà per l'architettura robusta dei suoi edifici, essa pare dominare perfino la natura che si apre, riverente, intorno alle prestigiose rovine. 
Certamente non mancano, come in tutte le "città morte" che si rispettino, leggende dal sapore esoterico. Si racconta di un ponte, essenziale per superare il dislivello dell'abitato dalla strada sottostante, ma di difficile costruzione per via di un vento insistente e impetuoso tra le forre. Solo un patto con il diavolo portò alla costruzione, in una notte, di un ponte finalmente solido e indistruttibile. Tuttavia gli abitanti, banchettando con gli animali uccisi in sacrificio, scatenarono le ire del Maligno, che maledì la città condannandola al suo destino. 

Rovine dell'antica Monterano.

Rovine dell'antica Monterano.

Il Palazzo Baronale e la fontana del Bernini.

Salire in cima all'altura è entrare nel cuore della città antica. Perdersi tra un dedalo di viuzze ormai fatte di sentiero, con le rovine che emergono tra l'ambiente naturale, contendendosene a pieno titolo la scena. 
Primo su tutti il Palazzo Baronale Altieri, prestigiosa opera del Bernini, insieme alla Fontana del Leone posta sulla facciata, che come una potentissima macchina del tempo ci riporta a quello che doveva essere allora. Lo vedete? Il giovane Bernini affaccendato tra queste vie. Lo sentite, tornare intatto dal tempo passato, il vociare del popolo? La vita quotidiana, rumorosa, di questa città, improvvisamente di nuovo viva. Nella vostra mente che potentemente sa richiamare un passato imprigionato nelle solide mura. Le vicende dei nobili e del popolo, intatte, destinate a ripetersi, sempre uguali a come sono accadute, in un tempo ormai immutabile ma circolare. Che torna al suono del vento; che torna nella mente di voi visitatori dal cuore sensibile e dalla mente aperta; che torna negli occhi di chi sa vedere. Le ombre dei rami degli alberi su queste possenti mura di pietre dorate da un ultimo sole, non vi sembrano disegnare le sagome del passato? Rimandare a gioie, dolori, segreti irrivelabili richiamati dal tempo che fu. Un sentimento di circospetto silenzio ci invade. Rimaniamo così. Riverenti ad ascoltare un passato presente. Un tempo fatto di splendore e di declino, di gloria e di infamia, di potere e di sconfitta, così come la vita stessa.

E poi scendere a valle. E con questi sentimenti nel cuore, veder comparire in una aperta e vasta pianura circondata da boschi, quel che rimane della chiesa e convento di San Bonaventura e della fontana ottagonale attigua. Opere del genio creativo del Bernini anch'esse.

Resti chiesa San Bonaventura.

Resti chiesa San Bonaventura e fontana ottagonale.

Parlano, queste rovine. Raccontano da sole la loro storia. Così arrogantemente da urlarla. Non si può non sentirla. Prepotentemente poggiata sulla rugiada del verdissimo prato illuminato dal freddo tramonto invernale. Sparsa per l'aria rigida che ci avvolge in una dimensione atemporale. Insita nella materica fontana che si sovrappone alle linee della facciata della chiesa. C'è qualcosa di sovrannaturale, nei raggi di luce che filtrano dalle rovine per andarsi a posare, disegnandone netti i robusti contorni, sulla fontana. Qualcosa di studiato e certamente non casuale, dove ogni simbolo accresce un sentimento di reverenza non soltanto dovuto all'antichità e alla sacralità di queste rovine. C'è qualcosa di più, di inafferrabile e indefinibile: un'energia forse collegata direttamente al sottosuolo di questo territorio, dove tra boschi e pascoli di animali allo stato brado, scorrono acque solfuree con il loro tipico odore di zolfo che trascina direttamente nel mondo degli inferi. O data dallo scenario adatto alle streghe, con questa pianura piazza di incontri e di fatture. O dalla natura stessa addormentata dall'inverno, ma che conserva in sé la vita ad animare per osmosi le rovine. O dalla luce densa, quasi afferrabile e tangibile, che disegna sagome di spettri. 

Ma l'emozione più forte di tutta la visita a Monterano, quella che ci lascia senza parole e con il cuore che per un istante smette di battere, sospeso, catturato da un vortice temporale abissale e sconvolgente, è sicuramente l'interno del convento. Qui, tra un'intricata architettura più che indovinabile tra i crolli, nasce dalla loro stessa calce un fico di oltre duecento anni. Albero monumentale del Lazio, che con la sua circonferenza occupa l'ambiente principale della struttura e con i suoi nove metri d'altezza la supera, oltrepassando un ideologico soffitto che ormai non esiste più, in cerca del cielo. Di una libertà maggiore di quella che entra nella struttura pur oramai aperta. Perché di libertà, a dire la verità, dentro non c'è traccia. Si è schiavi assoluti, schiacciati dai cornicioni intatti più che da quelli crollati. Dalle rivelazioni di voci che non danno tregua. Ci seguono ossessive per i locali dell'ex-convento. Sono le vite dei sacerdoti, che qui non volevano stare neppure loro e che mano mano abbandonarono il convento, troppo isolato. Troppo insidioso. E' così oggi più che mai. C'è troppa solitudine in questo luogo. E tuttavia non c'è quiete. E' un luogo che ti imprigiona, ti costringe alla sua storia. La sacralità del posto, la sua bellezza di tetra malinconia, vi attrarranno come un vortice a cui è difficile sottrarsi. Ci si sente dentro qui. Dentro la chiesa, dentro la storia, dentro le vite, dentro il magico cerchio del tempo. Avvinghiati come le radici di questo fico, vivo come lo sono le rovine che lo circondano. Potenti e affascinanti allo stesso modo, come il groviglio di storie umane che qui si sono succedute. Ovunque si guardi, qui tutto significa. E l'albero di fico stesso, sacro ad Atena dea della saggezza e a Dionisio dio del vino, simbolo di immortalità, non è certamente qui per caso.

Interno chiesa San Bonaventura.

Fico cresciuto sulle rovine della Chiesa.


Abbandonata forzatamente la nostra circospezione, non ci resta che abbandonarci all'anima di questo luogo. Un'anima malinconica e solenne. Solcata dalla tristezza di un destino che ne ha voluto, beffardo, l'abbandono, ma che non vi si arrende mai pienamente. Basti pensare a quanti film sono stati girati proprio tra le rovine di Monterano: Guardie e ladri, Brancaleone alla crociate, Il marchese del Grillo di Monicelli, su tutti.
Il silenzio non calerà mai su questo luogo. E anche quando, gli ultimi visitatori se ne saranno andati e la notte si alzerà sopra Monterano, gelida e ventosa, i bisbigli di voci passate e mai messe sul serio a tacere, tesseranno l'alone mistico che copre, incorporeo quanto reale, le rovine di una città in verità vivissima.





martedì 13 novembre 2018

L'energia del magico borgo di Calcata

 

La regione Lazio è ricca di luoghi affascinanti, più o meno conosciuti, dove spesso, a paesi caratteristici si combinano elementi di grande valore naturale. Sicuramente merita una visita, su tutti, il piccolo borgo medievale di Calcata, in provincia di Viterbo, immerso nella splendida valle del fiume Treja. Un luogo unico nel suo genere, che non si dimentica facilmente. Partiamo dal primo impatto: quando il paese appare al visitatore tutto arroccato sulla sua montagna di tufo, che emerge alta in mezzo alla valle completamente ricoperta da boschi selvaggi. Già questo panorama ha qualcosa di particolare e atipico. Le case sembrano nascere dalla stessa montagna, in una continuità di colore, come se per magia la roccia improvvisamente si trasformasse essa stessa, modellandosi nella forma delle case. Stabilire i confini, dove siano le une e dove l’altra, è spesso complicato dalla fortissima coesione estetica ed emotiva tra case e roccia. Calcata è la sua stessa montagna che la sorregge e la protegge, offrendola come fiero trofeo, alzato sul podio della valle boschiva e misteriosa che la circonda. E’ un’isola che emerge silenziosa nel mare di alberi, dal fortissimo impatto emotivo. Promessa di un luogo che difficilmente è classificabile in una precisa categoria. 
Partiamo dal presupposto che fino agli anni 60, Calcata era un borgo quasi dimenticato, ormai spopolato e destinato a scomparire. Poi le cose andarono diversamente: nel borgo iniziarono a trasferirsi artisti, artigiani e hippie desiderosi di fuggire al caos dell’evoluzione del mondo contemporaneo, sempre più accelerato. Fecero di Calcata la loro dimora fuori dal mondo e dal tempo. Un luogo scelto, elitario, dove potersi dedicare all’arte in una dimensione totalitaria. Presero ad abitare le case, a trasformare le cantine in botteghe e gallerie d’arte, ad attirare curiosi che desideravano vedere con i propri occhi “il borgo degli artisti”, dove questi vivevano una vita parallela e contraria a quella del resto del mondo. Una realtà creata essa stessa dalla loro arte; un luogo inventato, dove tutt’oggi ognuno degli abitanti dà vita al proprio estro creativo personale, e il luogo è poi l’atipica somma di quello di tutti.

Porta d'ingresso a Calcata.
A Calcata si entra da un’unica porta di accesso tra le sue mura e poi una breve salita conduce direttamente alla piazza cuore del piccolissimo borgo. Più che una porta, è un vero e proprio varco che segna il passaggio dal mondo e dal tempo normale, ad una dimensione surreale e magica. Si respira mistero entrando. Si rallenta il passo, perché qualcosa di particolare, un’atmosfera che percepiamo subito mistica, ci allerta i sensi. Respiriamo il luogo. Rallentiamo automaticamente anche i battiti del cuore. Ci dobbiamo fermare a capire cosa succede, cos’ha, questo luogo, di tanto differente dagli altri, da farci osservare intorno con sguardo quasi reverenziale, alla ricerca di quei particolari che ci possano aiutare a decodificare il mistero che sentiamo nascere dentro. I sensi si amplificano, subito, fin dal primo istante che si entra nelle mura; ogni dettaglio ci fa percepire che non siamo in un luogo qualunque. Ci arrivano fortissime delle sensazioni che non sappiamo spiegare, ma che ci fanno intuire ci sia un significato profondissimo in ciò che guardiamo con occhi aperti e i sensi allertati. 
C’è chi dice che Calcata sia anche il “paese delle streghe”, che nelle cantine ci siano testimonianze segrete di un passato esoterico e che riti magici si continuino a fare. Si racconta che ai tempo dei Falisci, il punto dove sorge Calcata fosse centro di energie del sottosuolo e occultismo. E che tuttora, nelle notti di forte vento, i vicoli del borgo sembrino cantare e che quello sia il canto delle streghe.
E poi c’è una leggenda, di origine religiosa, secondo la quale proprio a Calcata è custodito il prepuzio di Gesù, tagliato al suo ottavo giorno di vita, conservato a San Giovanni in Laterano fino al Sacco di Roma, quando fu trafugato da un lanzichenecco, poi imprigionato a Calcata. Il prepuzio sarebbe stato ritrovato nella sua cella nel 1557. La leggenda è riportata anche nell’Ulisse di Joyce e nel Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago.
Non sarò certo io a stabilire a cosa attribuire la sensazione che si prova entrando a Calcata, sicuramente c’è un’energia fortissima, palpabile, che scuote la mente di chi sa sentire. Non so se sia legata alla magia o forse alla stessa potenza dell’arte, ma sicuramente accade qualcosa di surreale, entrando nel borgo, attraversando quella porta – simbolo, ricoperta di muschio. Inutile specificare che, una volta dentro il borgo, misteriosamente i cellulari non prendono più.
L’architettura di Calcata è qualcosa di assolutamente atipico per vari motivi. Intanto tutto si sviluppa intorno alla piazza principale, con la chiesa, il castello, dei curiosi troni di pietra e un via vai di personaggi particolari e botteghe artigiane e localini dall’arredamento esotico ed eccentrico. Da qui, intorno, una serie di piccole viuzze si diramano e finiscono tutte a precipizio sulla montagna di tufo, con panorami sconfinati e memorabili sulla valle incontaminata. Non si va da nessuna parte, a Calcata. Tutte le strade portano a quel precipizio di orribile bellezza. Passaggi stretti, vicoli, cortili interni. Tutto conduce qui. Al vuoto che la circonda. E proprio affacciate sul vuoto nascono, avvinghiate alla roccia, case e terrazzini.

Casa scavata nella roccia e affacciata sullo strapiombo.

Via che termina sullo strapiombo.
E poi tutto è condito da un arredamento improbabile, senza alcuna coerenza né regola. Non ci sono regole, a Calcata. La normalità è l’imprevedibile. E così spuntano: panchine giganti fatte da tronchi; lampadari antichi appesi a lampioni; portoni dalle forme strane; pezzi di mosaico che così come improvvisamente nascono così senza un perché si interrompono; curiosi bazar; una finestra di un rosso sgargiante in una casa grigia; pantaloni appesi al muro di casa; quadri buttati tra attrezzi da lavoro; scale rivestite da perline ma soltanto in parte, senza coerenza di inizio e di fine; specchietti come amuleti attaccati alle finestre. In una casualità che solo nell’insieme trova senso. L’unica regola, quella che dà unità al tutto, è che non ci sono regole.

Particolare portone.

Lampadario appeso a lampione.

Scala decorata.












Finestra rossa.

E poi ci sono ancora i numerosissimi richiami all’India, ricordi dei viaggi che gli artisti degli anni 60 facevano in questo continente e poi venivano raccontati, a Calcata, intorno ai fuochi accesi nella piazza. E ancora oggi, girando tra i vicoli del borgo, si sente raccontare di viaggi e di musica e di letteratura e d’arte. Il clima culturale, forse un po’ chiuso in sé stesso, nelle visioni di ciascun artista, si nutre però di racconti di terre lontane. Lontane poi forse solo fisicamente, perché Calcata è al di fuori dallo spazio e dal tempo, potrebbe essere ovunque e da nessuna parte. Nella fantasia si può facilmente immaginarla staccarsi dalla terra e prendere il volo, così tutta insieme alla sua montagna di tufo, e vagare nell’aria. La maggior parte delle case, a Calcata, ha grotte sotterranee spesso collegate tra loro da cunicoli. In queste grotte, ristrutturate, sono nati locali particolari e botteghe d’arte; altre sono rimaste come magazzini. Qualunque ne sia l’uso, spiarne l’interno è un’esperienza unica: si trovano spesso affastellate cose di ogni genere, mischiate tra loro. Improbabili. Una antica armatura completa, troneggia dentro una bottega artigiana. 

Vasca con larve di pietra che escono.
Pappagalli appesi ad un arco.














E ancora si possono trovare case scavate nel tufo; vasche da cui escono enormi larve di pietra; opere d'arte che adornano muri scrostati e decadenti; pappagalli colorati che stridono con l’arco di pietra sporca su cui sono appesi da chissà quanto tempo. 
La decadenza è un altro aspetto che a Calcata si rincorre tra i vicoli, dove non è raro imbattersi in tavolini arrugginiti, oggetti rotti, cantine abbandonate, scope e altri attrezzi lasciati a caso. In un contrasto forse non casuale, ma costruito appositamente per non farci troppo abituare alla bellezza del posto, quasi a volerci ricordare che è tutto di passaggio, che il tempo cancellerà ogni cosa. E così, accanto a curati vasi di fiori, ecco giocattoli rotti, tavolini arrugginiti, testimoni di un tempo che non esiste più, di uno scorrere che è destinato a portarsi via la bellezza e il tempo presente e noi stessi.
Un cartellone di un festival hippie tenutosi nel maggio scorso, ancora per strada, con due sedie abbandonate accanto, a raccontare di una musica viva, ma che ora non c’è. Testimonianza del tempo che corrompe tutte le cose. Strade vinte dal muschio, panchine fatte da tronchi rotti, intonaco scrostato. Il tempo passato sotto i nostri occhi, visibile. Qui non restaurato dal nuovo, forse affinché sia vivo insieme al presente, suggerendo un’unica continuità temporale.

Strada decadente.
Cartellone festival hippie in una strada tipica.

E ancora: il vero e il falso che si mescolano, a Calcata. Come nell’arte stessa, che trae dal reale ma poi non lo è. E allora ecco i fiori finti spesso insieme a quelli veri, animali di legno o bambole affacciate alle finestre come fossero bambini veri, creature di stoffa, pupazzi di cartapesta, che sostituiscono la figura umana. In una veglia perenne, in un’accoglienza continua del visitatore, in un sorriso che, almeno nella finzione, non è intaccato dal dolore. Il mondo delle illusioni fantastiche. Travestimenti, costumi. Dove non ha più senso alcuno distinguere il vero dal falso. Importante è solo il significato che rappresenta. 

Bottega di pupazzi in cartapesta.

Bambole affacciate ad una finestra.
Insegna di un teatrino.

L’insegna di un teatrino ambulante, attaccata a un muro. Perché è tutto irreale: lo spettacolo è annunciato ancora da quelle parole che rimangono immutabili nel tempo, ma dietro ormai nessun personaggio più si muove, nessuna rappresentazione va più in scena. E senza l’irrealtà, resta la nuda verità di un muro, irreale anch’essa.
E quanto ha affascinato Calcata nel tempo! Set cinematografico di numerosi film come "Amici miei" e del video di “Una storia sbagliata” di De André. Amata, criticata, compresa o meno, Calcata non può lasciare indifferenti.

Una tipica vietta di Calcata.
Installazione artistica su muro.

Ma qual è, dunque, l’anima di Calcata? E’ un’anima di follia, di arte, di magia, di mistero, di natura, di assurdo. E soprattutto di energia. Perché è questa che emana da ogni pietra, in ogni angolo e in ogni vicolo di questo borgo. Un’energia viva, antica e profondissima, che mescola l’arte con la natura, la verità con la finzione, il presente e il passato in un nuovo non - tempo indefinito, il bello con il triste, la magia e l’esoterismo. Un’energia che trasuda cultura, mistero, racconti lontani e vicini. Un’energia che ti fa rallentare il cuore, respirare profondamente, in un attimo comprendere il senso stesso della Terra, l’attimo dopo dimenticarlo perché da umani non è sostenibile una tale, fortissima, percezione. C’è un ordine, nel caos atipico di Calcata: è l’energia vitale che si concentra in alcuni luoghi della Terra. Calcata è uno di questi, preziosissimo punto di raccordo.
E quando cala la sera, e si accendono le luci degli strambi lampadari e le insegne degli affascinanti locali senza senso, e le streghe sembrano veramente camminare nelle ombre dei vicoli, allora provate a percorrere una qualsiasi stradina che vi porterà allo strapiombo, affacciato sulla valle del Treja. Qui, nel silenzio assordante nella notte, attaccati all’ultimo sperone di roccia prima del vuoto, con l’orizzonte ancora infuocato dall’arancione del tramonto, la luna già alta nel cielo, il nero della notte che si è già preso gli alberi dello sterminato bosco sotto di voi... qui sentirete l’acqua del fiume a valle scorrere, creare una musica sottile, indovinerete le ombre della notte e percepirete il respiro della Terra. 
E sarete felici di voi stessi, perché avete occhi che sanno vedere e un’anima che sa sentire.





venerdì 12 ottobre 2018

Nel cuore delle Madonie: la fruibilità di Piano Zucchi


Nell'entroterra siciliano, nel comune di Isnello, a mille metri sul livello del mare e a 35 km da Cefalù, abita un luogo incantevole, vestito di prati e di faggi, pini, querce, abeti, sambuchi e lecci. Siamo a Piano Zucchi, cuore vivo del Parco delle Madonie. Un pianoro circondato dalle montagne, a cui si arriva dopo che la strada si inerpica con tornanti sempre più incalzanti, tra boschi e odori di resine e muschi e umido fresco. Un mondo intimo, vero, in cui ci si addentra quasi magicamente, abbandonati il clamore costiero, l'afa, il brusio dei bagnanti di una domenica di fine estate. Ogni curva di questa strada, è un metro in più dentro la verità delle montagne. Il refrigerio di un'aria genuina, respirabile, segna il passaggio tra i due mondi. E la luce. Lasciata alla costa quella accecante, fatta di raggi riflessi e moltiplicati dal mare, qui la luce è tutta diversa. Divisa dal bosco che la assorbe per primo e ce la restituisce, parsimonioso e saggio, in morbidi raggi  che lo attraversano. Una luce filtrata dagli alberi, rilassata, arresa all'ombra refrigerante dei boschi. 
E così, continuando a salire, il panorama muta e da collinare si fa sempre più montano e netto. Con il carattere preciso e un po' duro delle montagne. Non è raro trovare animali che pascolano ai bordi della strada: mucche, cavalli, pecore. Boschi e roccia. Aria pura e profumata di natura. Un crescendo, fino ad arrivare al Piano, tregua dopo tanto salire. Pausa per la nostra anima e riposo per il guidatore. Luogo dentro il luogo, fatto appositamente da Madre Natura per permetterci di sostare e, nell'attesa di ripartire, interiorizzare la maestosità di queste montagne. Viverle.

Piano Zucchi.

La piccola piana è accogliente. Fruibile. Protetta dalle montagne circostanti come uno scrigno che racchiude prezioso tesoro. Noi vi siamo dentro. 
C’è un bel prato erboso a fine estate, qui. E’ esattamente il prato dove correre felici della nostra infanzia. Rimanda immediatamente l’immaginario alle giornate spensierate, senza fine, alle corse con il vento tra i capelli e una risata genuina nata su bocca sincera. In altri tempi e in altri luoghi. Non importa più. L’entusiamo ci invade anche adesso. Per questo spazio tutto nostro. Libero. Ampio, ma limitato. Fatto a nostra misura da natura generosa. Creatore di fantasie d’infanzia e di adulto benessere. Quanta perfezione in un prato erboso, circondato dal bosco! Essere qui è farne parte. Del prato, delle Madonie, della natura tutta. L’armonia che sentiamo crescere dentro è la sua. Ci invade, ci rasserena, ci corteggia. Invita alla pace. Ma non certo alla staticità. Ed è così, con il cuore tranquillo e un entusiasmo sincero, che esploriamo questo luogo incantevole. Il sottobosco intorno alla piana è curato. Giochiamo tra i tronchi degli alberi, allegri, osserviamo il prato da lì, spettatori di una magia che già accade nella nostra mente. Ritrovo di lupi, di fate o di streghe. Questo prato. Teatro di favole antiche; la radura tra il bosco è piazza di creature magiche, di segreti e incantesimi. Rivivono ora, esattamente mentre le immaginiamo. Animano il bel prato di Piano Zucchi, che diventa in un attimo, e per un solo lunghissimo momento, quello di antiche leggende ammalianti. 

Funghi sul prato della piana.
Non è più propriamente estate, qui. In montagna. Ma non è ancora autunno, secondo il tempo astronomico.
Il passaggio tra le due stagioni è evidente sotto i nostri occhi. Calpestiamo una terra dove le prime piogge sono state ostetriche di funghi di ogni tipo, che tingono l’ambiente dei colori d’autunno. Arancione, rosso, marrone. Creature spugnose, spuntate orgogliosamente tra l’erba verde e le foglie già secche. In una eterna lotta tra la vita e la morte. In una composizione perfetta, creata dalla natura. Con foglie e ricami di terra soltanto.
Orchidea selvatica.
E poi un’orchidea selvatica, improvvisa, attaccata tenacemente all’estate. Che ricorda, con delicata e spontanea bellezza, che invece in autunno ancora non siamo. Accanto, una pianta invidiosa vorrebbe imitarne la forma, ma non ha grazia e colore.
Ci emoziona la scoperta, metro dopo metro, di così tanta vita nel terreno. La terra fertile ci regala i suoi prodotti. Con stupore fanciullesco e animo lieve li scoviamo tra foglie e fili d'erba. Sono i fiori delicati di una favola bella. Sono i funghi attraenti e traditori: case di gnomi, cerchi di streghe, veleno e magia di un bruco che fuma.

Funghi.
Funghi.

L’anima di questo luogo è la genuinità di un prato di montagna, di una semplice perfetta bellezza. E' la tranquillità di un luogo fuori dal mondo che corre e dal tempo comune. Dove il passaggio delle stagioni non è così scontato e doloroso; dove sembra possibile vivere per sempre. La sua anima è protezione, intimità, benessere. Familiarità. E’ anima fatta di prato, di aria, di leggerezza, del profilo delle montagne che lo racchiudono. Di odori di natura purissima, di un ruscello che scorre lontano. Di chiaroscuri di luce, disegnati sul prato da rami di alberi mossi dal vento. Della fruibilità di un luogo, umanamente accessibile, vivibile nel pieno dei sensi. Di storie inventate o reali, racconti su prato verdissimo.

Nebbia a Piano Zucchi.


Ad un certo punto del giorno, sale la nebbia, qui. Improvvisa e leggera, copre gli abeti come scialle di seta. Nasconde, la nebbia. Eppure rivela. Permette di concentrarci solo su quello che è vicino a noi. Non esiste più lo spazio circostante. Solo noi e la sagoma, essenziale, delle cose che ci sono più prossime. Ci permette di conoscerne la forma pura, mondata dai colori, dalle proporzioni. Di conoscere meglio noi stessi. Tutto il resto non esiste più. Se lo pensiamo, lo possiamo inventare come vogliamo. Permette di inventarci il mondo, la nebbia. Apre alle possibilità. 
Affascinante ed elegante, così come viene, altrettanto velocemente poi si dipana. E ci lascia  al respiro del mondo reale, che ora guardiamo con occhi nuovi.


E anche quando, qui, a Piano Zucchi, vi coglierà un temporale improvviso, estivo, non avrete alcun timore né fretta. Al riparo dentro la macchina, l’anima si distende totalmente, ascolta la pioggia, sottile tra gli abeti, e la magia diventa privilegio che si rivela a noi soltanto. Noi che questo luogo lo viviamo anche con la pioggia, quando sono andate via anche le guardie forestali più fedeli. Ora è totalmente nostro, con tutti i suoi segreti di bosco. Rivelato. Nostro rifugio per l’anima. Rimarrà qualcosa di noi qui, in eterno…




giovedì 26 aprile 2018

La contagiosa freschezza del lago del Turano


In provincia di Rieti, a circa un'ora e mezza di distanza d'auto da Roma, il lago del Turano si guadagna la nomina di uno dei più bei "tesori" del Lazio. Imperdibile per gli amanti della natura - seppur artificiale -, il lago è lungo una decina di chilometri e circa trentasei perimetrali. Una bella estensione, variegata, circondata da dolci colline, lambita da prati lungo le sponde, ravvivata dalla presenza di due splendidi piccoli borghi: Colle di Tora, a penisola sul lago, e Castel di Tora, posto su un cucuzzolo da cui si gode uno splendido panorama del lago dall'alto, con la strada che passa, suggestiva, nel mezzo.
Non nascondo che il lago del Turano è uno dei luoghi che più mi sono cari nel Lazio. Ho passato diverse piacevoli giornate qui, e ogni volta è sempre rilassante un pic-nic sui prati che lo circondano e sempre piacevole la scoperta di qualche nuovo punto panoramico. 

Panorama del lago tra gli alberi.
Rallegra l'anima, quando dopo tanta strada per raggiungerlo, si iniziano a vedere le sue acque trasparenti, animate da insenature che si fanno sempre più grandi, fino a raggiungere quella principale, da cui sono visibili Colle e Castel di Tora. Le belle colline verdeggianti si susseguono incessantemente per tutto il perimetro del lago. Il verde e l'azzurro, i colori che rasserenano la vista e predispongono la mente al riposo.

Sicuramente la stagione migliore per concedersi una gita al lago del Turano è la primavera. Quando i prati intorno alle sponde si fanno vivi del verde della nuova erba, le spallette si riempiono di fiori e l'aria è meravigliosamente ricca dei profumi della natura.
Fioritura primaverile al lago del Turano.
Prati verdissimi circondano il lago.
 

Sorprende sempre la grandezza e al contempo l'accessibilità del lago. La strada, proprio appena sopra di esso, permette di percorrere buona parte del suo perimetro, perciò ci si trova a guidare piacevolmente colpiti dalla bella vista, e non è difficile notare diversi punti di accesso più o meno semplice. Per i più giovani e sportivi, infatti, non è certo un problema affrontare il leggero dislivello tra la strada e il lago, e scendere il declivio fino al prato. E di prati è veramente circondato il lago. Questa è forse una delle caratteristiche che più colpiscono del Turano. Solitamente le sponde dei laghi sono fatte principalmente di sabbia scura o di pietre, almeno a riva; qui invece il prato arriva, in alcuni punti, praticamente fino all'acqua e, in primavera, camminare scalzi, tra l'erba morbida, o sdraiarsi con un telo a guardare le nuvole in cielo o socchiudere gli occhi, cullati dal rumore dell'acqua, che ondeggia al piacevole venticello, ci fa sognare. Ci fa tornare un po' bambini e viene voglia di correre spensierati e rievocare  le stesse sensazioni provate negli anni dell'infanzia, quando ancora tutto era possibile, quando nessun pensiero adombrava la nostra mente, e contava solo il "qui ed ora". Ecco. Starete talmente bene, tra le fresche sponde del Turano, respirando la sua anima gentile, all'ombra piacevole dei suoi alberi, che vi sentirete rigenerati. Sereni e protetti come da bambini. Senza più tempo. Quello che conterà sarà solo l'attimo presente, di benessere e positività. Il venticello che accarezza qui la vostra testa, servirà a portare l'oblio delle cose negative nella vostra mente. Non è assolutamente questo il senso di una gita fuori città? Non è esattamente questa - momentanea, ma assoluta - pace, che cerchiamo? Qui siete nel luogo giusto. Perché l'anima fresca, leggera, allegra e gioviale del lago del Turano, contagerà di lievità anche la vostra anima. Godetevi questa sensazione. E poi alzatevi con la voglia di scoprirlo, questo bel lago che avete amato. Non fermatevi sempre nello stesso punto, perché merita di essere conosciuto. E dopo averlo fatto, tornate a casa felici e conservate del cuore la sua freschezza contagiosa di vita e di giovanile allegria.

Panorama del lago.

Panorama del lago.     
 
Arrivederci alla prossima avventura...