martedì 11 giugno 2019

Tra Alpi e torrenti: le meraviglie del Lago di Jasna


Torno a raccontarvi le bellezze della Slovenia, perla verdissima e meta turistica molto comoda dall'Italia. Oggi desidero condurvi leggermente fuori dal circuito turistico più conosciuto a livello internazionale: appena sopra il Parco Nazionale del Tricorno, nella regione dell'Alta Carniola. Precisamente nel meraviglioso lago alpino di Jasna, frequentato principalmente da un turismo nazionale sloveno, ma non per questo meno suggestivo dei laghi più noti per cui la Slovenia è conosciuta. Siamo nella parte nord - ovest del Paese, proprio al confine con l'Italia e con l'Austria. 
Ci troviamo di fronte alla maestosità delle Alpi.
Kranjska Gora.
Vicino la graziosa cittadina di Kranjska Gora, elegante comune in tipico stile montano. Qui le case assomigliano di più a baite, con i tetti spioventi in legno, ideati per evitare l'accumulo di neve che, in questa regione, cade fino alla primavera inoltrata. La cittadina è famosa per il casinò Korona e per le sue stazioni sciistiche che attirano un turismo benestante e rilassato. La vita si concentra attorno alla chiesetta, dove una sola strada principale riunisce la maggior parte dei bar, ristoranti, negozietti di souvenir. E' d'obbligo una sosta in uno dei forni per assaggiare specialità che già fanno parte della tradizione culinaria austriaca: come il Brezel o lo Strudel. Così come sedersi in uno dei bar e ricaricarsi al sole, respirando l'aria genuina di montagna e godendo lo scorrere della vita, mentre si ammira un panorama d'abeti e di montagne ancora innevate che aprono l'immaginazione, preparando la mente ai paesaggi suggestivi che circondano la cittadina. Dopo una sosta così, lo spiritò sarà già disteso e il buonumore pronto a guidarvi alla scoperta del territorio.

Prato fiorito con dietro le Alpi innevate
Irresistibili sono i primi cenni di una primavera  che regala colori accesi alle montagne e distese di fiori ai prati. E' curioso notare la differenza rispetto alle Alpi, sullo sfondo, che - ancora innevate - sembrano mantenere un dignitoso distacco dall'arrivo della bella stagione che ingentilisce tutto, ma non tange la loro maestosità. Il contrasto tra il bianco della neve tra cui spicca la forza della materia rocciosa e i delicati fiori sul prato, che invitano alla leggerezza della distensione tipica della primavera, crea un paesaggio vivo di emozioni.
Ma non possiamo fermarci qui a lungo: il lago di Jasna ci aspetta! E' proprio nelle vicinanze, dopo le prime curve della strada per il valico di Vrsic. Eccolo che appare in tutta la sua meraviglia, tanto che facilmente gli perdoniamo d'essere un lago artificiale (anzi più correttamente si tratta di due piccoli laghi ricavati dalle acque dei torrenti Velika e Mala Pisnica).

Lago Jasna.

Colpisce immediatamente la bellezza del luogo, a cui non manca veramente nulla. Le acque color smeraldo risaltano ancor più grazie alla ghiaia bianca di cui è formata "la spiaggia" del lungolago, che pare così incastonato come una pietra preziosa nella sua montatura. Ma è lo scenario intorno a colpire maggiormente, con le montagne ricoperte dai boschi e le Alpi innevate a capo di tutto. Il verde e il bianco qui sono i colori che spiccano e ci richiamano alla natura. L'aria fresca e genuina di montagna invita all'esplorazione. Non mancano, tra l'altro, passerelle in legno e guardiole su cui salire per poter ammirare il lago dall'alto. E' come tuffarsi anche noi nel riflesso del panorama in queste acque stupende, che ci rimandano - fedeli - il contorno che le circonda. 
Fioritura primaverile.
E' un dipinto d'acqua e di colore, dove non può certo mancare il tocco di lilla della primavera, che ci regala una fioritura di montagna adagiata giusto sulle sponde del lago. Dei fiori forti e delicati al tempo stesso, messi lì dalla natura per ricordarci la perfezione.

Casetta sul lago di Jasna.
Così come una casetta costruita - chissà da chi e chissà perché - con tronchi e cortecce, adagiata sull'acqua tanto trasparente che pare galleggiare, ci ricorda - invece - l'imperfezione di un gioco d'infanzia o forse solo le favole antiche di boschi e di gnomi.
Gnomo di legno.
Come quello scolpito dal legno, seduto su una panca all'interno di una metaforica finestra, anch'essa scolpita in legno, che incornicia il lago, orgoglio di Kranjska Gora. Come non fermarsi, anche noi seduti su questa panca, e scattare una fotografia insieme allo gnomo? 
Giocando con il paesaggio mozzafiato che ci circonda e avvolge perfino i nostri pensieri bambini, in un'atmosfera allegra e leggera.
Ci si rilassa al lago di Jasna, lontano dallo stress delle città e dalla velocità della vita moderna. Si può fare sport, passeggiare, si può nuotare nel lago d'estate o affittare canoe per navigarlo. E' possibile pescare in maniera regolamentata. Prendere il sole. O gustarsi un buon caffè o una torta ai saporitissimi frutti di bosco al bar proprio sul lago, che affitta anche biciclette.

Prima di cedere alla tentazione di sederci sulle sponde del lago o sui prati intorno e restare così: in una contemplazione benefica e in un dolce oblio del resto del mondo, guardiamoci intorno, scoprendo il perimetro del lago ed esplorando il torrente retrostante. Qui si apre un bel panorama tipico della montagna, con l'acqua che scorre, allegra e chiarissima, su un letto fatto di sassi bianchi e levigati. Un paesaggio che invita a camminare e ad immaginare; a superare il fiume e nasconderci nell'ombra del bosco. O a fare lunghe passeggiate al sole; a bagnarsi con l'acqua fresca del torrente; a raccogliere i ciottoli per poi lanciarli di nuovo nell'acqua. Che invita a pensare ma in maniera lieve, perdendosi nella perfezione della natura che ci accoglie, in un'ampiezza tutta da esplorare.

Torrente nei pressi del lago di Jasna.
Torrente.

Tornando al lago, d'obbligo è una sosta alla statua dello Zlatorog: il camoscio bianco dalle corna d'oro, partorito direttamente da una leggenda slovena che lo vuole guardiano di un tesoro nascosto sui monti. E forse è realmente così. Questo camoscio posto qui, in posizione strategica, sembra abbracciare il punto migliore per godere del panorama del lago e idealmente difendere tutto il territorio. Capo guardiano, con le sue maestose corna, di un tesoro che è anche l'anima di questo luogo: fatto di boschi, di aria, di vento, di acqua, di montagna, di roccia, di neve e di natura sovrana. Una ricchezza immateriale tratteggiata di verde smeraldo, di verde bosco, di bianco e di blu del cielo. Un'anima di pace e di verità.

Statua dello Zlatorog.

Un paesaggio meraviglioso e forte su cui vegliare, custodendone segreti e racconti di natura  di una montagna dura quanto accogliente, con le sue Alpi e i torrenti e la gemma che è il lago di Jasna. Trascorrete qui del tempo, che sia una giornata soltanto e un periodo di soggiorno più lungo. Questo luogo è fatto per rinvigorire e rigenerare, per darvi energia nel corpo e rilassamento nella mente. E' fatto per abituarsi alla meraviglia. 





venerdì 10 maggio 2019

Pirano: elegante, colorata, evanescente


La Slovenia, non ancora conosciutissima e sfruttata come meta turistica di massa, è una nazione con un potenziale incredibile, che ha tanto da offrire e che sa sorprendere. Vanta innanzitutto un'organizzazione invidiabile, a partire dalla vignetta autostradale (disponibile per una settimana, un mese o annuale) che dà diritto, di fronte al versamento di una cifra veramente esigua, alla percorrenza di tutta le rete autostradale slovena, evitando inutili file ai caselli. Gli Sloveni hanno poi una spiccata predisposizione all'accoglienza: non ho trovato una sola persona scortese né che salutasse senza sorriso. Tengono particolarmente alla valorizzazione del territorio e si sentono in dovere di fornire al turista ogni informazione in grado di rendere piacevole il soggiorno e facilitarne la fruizione. 
Ma, soprattutto, la Slovenia è una nazione di una incredibile varietà: all'interno di un territorio relativamente piccolo è possibile spaziare dal mare del tratto costiero, ai laghi alpini di montagna, passando per città d'arte, la cultura della capitale, le grotte sotterranee, i castelli, l'offerta enogastronomica, i centri termali. Una nazione dove non manca nulla e non ci si annoia mai. Il tutto godibilissimo grazie ai ritmi di vita rilassati, al territorio coperto quasi totalmente dal verde e alla tranquillità della popolazione che fa della Slovenia una destinazione sicura e genuina.
Ma iniziamo dall'inizio. Dal piccolo, ma validissimo, tratto costiero istriano appartenente al territorio sloveno e affacciato sull'Adriatico. Qui, prima ed irrinunciabile tappa di viaggio non può che essere la bella Pirano: piccolo borgo medioevale dove l'influenza veneziana è assolutamente visibile. Pirano ha fatto  la sua fortuna nei secoli grazie al sale delle saline su cui è fondata gran parte della sua economia e che ancora oggi è prodotto e in vendita nei numerosi negozi della cittadina.

Municipio a Piazza Tardini.

Piazza Tardini: bar con lo sfondo del campanile di San Giorgio.
 
Casa Veneziana a Piazza Tardini.

La sua architettura si sviluppa a penisola sul mare, con una forma suggestiva che la rende riconoscibile e ben distinta. La prima impressione che si ha camminando per le viuzze strette della città, che poi convogliano tutte verso il molo e si aprono su Piazza Tardini, è quella di un'anima strettamente legata al mare. Pirano è una città marinara, dove il vento e la salsedine si insinuano nei vicoli e fanno sì che la presenza del mare si intuisca per tutto il borgo. Contemporaneamente assume anche una dimensione cittadina grazie agli edifici eleganti che spezzano l'intricato dedalo di stradine marinare. Di forte impatto è sicuramente l'imponente Piazza Tardini, dedicata all'omonimo violinista Giuseppe il cui monumento troneggia al centro della piazza. Colpisce la vastità di Piazza Tardini, quasi fuori proporzione rispetto alle contenute dimensioni del borgo e delle sue viuzze. Qui si svolge la maggior parte della vita aggregativa di Pirano, con i ristoranti e i vivaci bar dove radunarsi magari per assaporare la birra slovena: Lasko o Union le più diffuse. E sempre qui colpisce l'eleganza degli edifici: primo su tutti il Palazzo Comunale in stile classico, sulla cui facciata si può osservare la statua del leone di pietra alato, simbolo della Repubblica di Venezia; nonché la bella Casa Veneziana con la facciata viva di colore e le tipiche finestre decorate. La leggenda vuole che la casa fu costruita da un ricco commerciante per la sua amante, da qui la scritta ancora leggibile sulla facciata: "Lassa pur dir", come invito a lei a vivere quell'amore senza curarsi dei pettegolezzi di cui erano probabilmente oggetto i due amanti.

Porticciolo di Pirano.
Piazza Tardini è legatissima al mare, confina infatti con il bel porticciolo caratteristico della cittadina, dove sono ormeggiate - coccolate dal mare - le moltissime, pittoresche, barche. Una di queste è anche un insolito ristorante chiamato Podlanica, dove è possibile cenare a bordo, in un'ambientazione sicuramente suggestiva quanto informale. Cucinano il pescato del giorno, perciò non vi è menù fisso ma è garantita la genuinità del pasto, servito in maniera casareccia e offerto in porzioni assolutamente generose. 

Campanile di San Giorgio.
 
Vista sulla città dalla Chiesa di San Giorgio.

Continuando la passeggiata per Pirano in direzione opposta al mare, sempre da Piazza Tardini, una breve salita conduce alla Cattedrale di San Giorgio, il cui campanile - visibile praticamente da ogni punto della città - non può che ricordare in piccolo quello di San Marco a Venezia. Qui si gode anche di una vista panoramica sulla città e, nei giorni di buona visibilità, si riesce a vedere la costa croata e quella italiana. Da quassù, nel silenzio e nel vento, si domina dall'alto la vita animata delle vie cittadine sottostanti. Si partecipa e nello stesso tempo si è isolati come in un mondo elitario e a parte dal resto. Sempre da qui si notano anche le mura che un tempo proteggevano Pirano dalle invasioni e la forma peninsulare che dall'alto appare ben definita.
Scendere, anche se non occorrono che pochi minuti per farlo, significa tornare alla vita allegra della cittadina, tornare a farne parte, accolti dal dedalo di viuzze che ci fagocitano facendoci girare senza tempo, per poi rigettarci in qualche parte del molo che costeggia ai due lati Pirano. Creature di mare a cui veniamo - in qualche modo - alla fine restituite. 

La Punta di Pirano.


Chiesa della Madonna della Salute
E così finiamo alla Punta, la parte estrema di Pirano, che separa i due versanti che guardano al mare. Qui si trova la Chiesa della Madonna della Salute, con la sua caratteristica torretta, e poi il faro. Una volta girato l'angolo l'atmosfera si fa più rilassata, con i bar con le poltrone proprio a ridosso del mare, nascosti e protetti dalla vivacità cittadina, dove godersi la vita sentendosi lontani da tutto, quasi dimenticati. Con il cuore sospeso tra la felicità dell'oblio e la sua stessa malinconia che somiglia a quella del mare dintorno. 



Piazza I Maggio.
Passiamo poi per Piazza I Maggio, dove spicca la cisterna in marmo realizzata nel 1700 per la raccolta dell'acqua piovana durante un periodo di siccità. E torniamo, in un percorso quasi circolare di nuovo al cuore di Pirano: Piazza Tardini, da dove guardare il sole tramontare sulla città e velare il mare di mille sfumature che sfociano tutte nel blu della notte. L'anima di Pirano è un'anima quieta, accogliente e fiera al tempo stesso, composta dalla naturale eleganza dei suoi edifici principali e dalla colorata allegria delle facciate dei palazzi. 

Case colorate.

Sa di essere bella ma non si dà arie, Pirano. 
E, con lo scendere della sera, diventa evanescente come un bel sogno. Con le facciate affacciate sul mare, una dietro l'altra lungo tutta la lunghezza del suo molo, che pian piano svaniscono nel blu della notte. Il blu del mare e del cielo. Trasformata in un sogno al contrario: il sogno di una cittadina perfetta, che svanisce di notte per poi essere pronta, l'indomani, a colorare e animare una nuova - meravigliosa - giornata. 
Un sogno che esiste sul serio: Pirano. Nel cuore.




martedì 2 aprile 2019

Il bello sconosciuto delle Madonie: il Laghetto di Mandria del Conte


Nel Parco Regionale delle Madonie, nella Sicilia settentrionale, nel territorio del comune di Isnello, un piccolo laghetto quasi sconosciuto al turismo di massa e ormai dimenticato anche dal turismo locale, meriterebbe sicuramente maggiore notorietà e soprattutto più valorizzazione e cura. Sto parlando del bel Laghetto di Mandria del Conte: un piccolo lago artificiale, dalle acque verdi, nascosto tra le montagne - eppure facilissimo da raggiungere -, situato subito sopra Piano Zucchi e prima di arrivare a Piano Battaglia. Ci si passa così, accanto senza saperlo, seguendo la strada principale verso la destinazione sciistica più famosa delle Madonie. Solo un piccolo cartello un po' in disparte, messo lì per guidare chi già è in cerca del laghetto e non certo per attrarre turisti frettolosi, ne segnala spartanamente la presenza prima dell'ennesima curva della strada principale. Parcheggiata la macchina alla meglio, in una rientranza al bordo della strada, saprete così di essere nel luogo giusto e vi occorreranno solo pochi passi nella sterrata per arrivare al lago.
Il paesaggio è molto bello, si apre su una classica vallata madonita, dove non è insolito far l'esperienza di un incontro dal vivo con mandrie di bovini al pascolo. Un panorama autentico e di una gustosa generosità bucolica, purtroppo rovinato dall'abbandono di cui questi luoghi soffrono. Il bacino fu creato a metà degli anni settanta, deviando le acque del Torrente Madonie, per sfruttare maggiormente la bellezza di questi luoghi, che conobbe, all'epoca, il suo periodo d'oro del turismo, con le conseguenti speculazioni edilizie, per poi essere totalmente dimenticata negli anni a seguire. Oggi la natura ha ripreso il sopravvento, sarebbe però necessaria una manutenzione che preservi la bellezza di questo luogo e lo valorizzi indirizzandolo verso un turismo responsabile. 
Mandria del Conte è il luogo giusto per appassionati fotografi, naturalisti, ornitologi, studiosi delle Madonie e semplicemente romantici in cerca di angoli di quiete per una passeggiata lontana dal caos, immersi nella natura. Queste anime solitarie si vedono aggirarsi nei pressi del laghetto, scrutarsi le une con le altre come sopravvissute all'oblio che ha coperto questo luogo, oggi frequentato solo da queste, poche, anime che hanno il privilegio di conoscerlo.

Mandria al pascolo.
 
Mandria al pascolo.

Mandria al pascolo.

Il laghetto ha una bellezza discreta ma piacevolissima e ben inserita in un contesto suggestivo che le fa da contorno. Con le mandrie che macchiano col marrone del loro manto il paesaggio verdissimo; con i boschi e la nebbia che sale in certe giornate e avvolge con il suo velo misterioso le cime dei monti, aprendo l'immaginazione a storie antiche campestri, proprio perché quello che meno si vede più si tende ad immaginare; con i bovini che bevono placidamente dalle acque del laghetto, tranquillamente ignare dello scorrere del tempo che le sta invecchiando in quello stesso instante. Ed è così, nel raffronto con la natura che così naturalmente vive, che anche le ansie e l'agitazione dell'uomo si placano. Ci sediamo un po' ai margini di queste acque su cui si specchiano pioppi, aceri e faggi. E la roccia viva alle loro spalle. Completano la scena alcune casette, forse ormai abbandonate anch'esse, con i tetti spioventi per affrontare l'inverno e poterle immaginare uscite da una fiaba. Una casa nel bosco accende sempre l'immaginario forgiato dalle favole dell'infanzia, in cui ci hanno raccontato di fate o di streghe, di bambini o di vecchi; di qualcuno  - comunque speciale - che vive nel bosco. E così le storie, ammaestrate da antichi racconti, vengono alla mente da sole e disegnano scenari attorno alle acque di questo lago.

Laghetto Mandria del Conte.
E oltre alle favole ci godiamo la frescura di questo luogo, dove la montagna la fa da padrona, ricordando con le sue cime d'intorno che è lei a comandare. Il verde è il colore predominante. Dell'acqua e dei boschi che circondano il lago per tre quarti del suo rilassante perimetro.
Un piccolo gioiello che la vista abbraccia in un solo sguardo. A misura d'uomo e con il discreto fascino che possiedono tutte le piccole cose, semplici e genuine.
L'anima di Mandria del Conte è proprio così: semplice. Un'anima bucolica e pacata, discreta e solitaria. Leggera e naturale. Senza pretese. Cattura con la sua semplicità. Rilassa, distende e ci fa sorridere. Scusate se è poco, oggi come oggi...

Rovi di more al laghetto.
E nella giusta stagione sorprende con i regali di una montagna generosa. 
Sono buonissime le more che crescono nei rovi di contorno alla strada del lago. Maturate al sole e all'aria ottima delle Madonie. Tingono il paesaggio di pois rossi e neri, con l'allegria tipica dei frutti di bosco che, anch'essi, rimandano l'immaginario a cestini di vimini intrecciati, per la raccolta.

Orchidea selvatica.
E ancora le piccole orchidee selvatiche che decorano di bellezza suprema il prato attorno al nostro lago. Spuntano colorando il terreno come doni inimmaginati del creato.
Ci sorprendiamo scovandone una e poi un'altra e poi un'altra ancora. E' come trovare tesori nascosti di un luogo nascosto e ci sentiamo orgogliosi che per noi - questo - invece non sia un luogo sconosciuto. Noi che sappiamo apprezzare la sua bellezza, che nella sua semplicità regala meravigliose sorprese come queste orchidee a rallegrare il cuore e a colorare la vista.




Restiamo ancora. Ancora un pochino, girovagando senza fretta, come tornati bambini abbandonati alle lunghe giornate d'estate nella campagna dei nostri nonni; giornate senza tempo, eterne alla scoperta della natura e dei suoi segreti, felici con questo soltanto. Giornate che ci portiamo dietro poi per tutta la vita, che ci salveranno per sempre.

Laghetto Mandria del Conte visto da Piano Battaglia.

E poi andiamo avanti, continuiamo la strada esattamente così come abbiamo continuato la vita. Saliamo verso Piano Battaglia, ma siamo pronti a sorprenderci di nuovo, quando, da un punto particolarmente panoramico, tutta la vista si apre alla vallata sottostante e scorgiamo il piccolo laghetto Mandria del Conte sotto. Specchio d'acqua tra i boschi, con la luce del sole riflessa che cattura i nostri occhi e la nostra attenzione a quello che abbiamo lasciato, che ci riporta alle ore passate lì serenamente. E ora che lo guardiamo dall'alto, il piccolo specchio d'acqua, unico nella vallata, con le nuvole che vi passano sopra e vi si riflettono insieme all'azzurro del cielo, ci sembra ancora più bello e magico. Così come le favole. Proprio nello stesso modo...





venerdì 15 febbraio 2019

Il fascino spettrale della Caldara di Manziana


Ricompreso all'interno del Parco Naturale di Bracciano - Martignano, della regione Lazio, il suggestivo Monumento Naturale della Caldara di Manziana si estende per circa 90 ettari nel territorio di Manziana - appunto -, in provincia di Roma. L'area protetta, istituita nel 1988, comprende diversi ambienti di elevatissimo interesse naturalistico e geologico. Vi si arriva a piedi, seguendo il percorso tracciato all'interno del bosco di Macchia Grande, oppure direttamente con la macchina, percorrendo Via della Caldara e parcheggiando a pochi metri dall'area protetta.
Comunque decidiate di giungervi, siate pronti al vero viaggio: quello interiore! Questo luogo vi trasformerà dentro, se non altro per il tempo che vi rimarrete, incantati dal fascino spettrale della Caldara. Vi saprà trattenere all'interno del suo cratere circolare come se foste entrati in un cerchio magico - e forse è esattamente così. Un "altro" dall'esterno capace di imprigionare e trascinare rapidissimamente dentro il suo universo. A parte. 

Panorama della Caldara di Manziana.

Già camminando verso la Caldara, guidati dalla segnaletica e dall'odore solfureo, ma anche e soprattutto da un sesto senso che inesorabilmente vi attira nella direzione giusta, noterete le prime avvisaglie di un ambiente particolarissimo. Diverso. Saprete subito che qualcosa sta mutando nel paesaggio, qualcosa di anomalo che tratteggia i confini tra la normalità e l'eccezionalità. Il prato, che non è ancora torbiera, appare già piegato in ciuffi che si incrociano a destra e a sinistra, alternandosi in un ricamo naturale destinato ad allertare i nostri sensi non abituati al disegno vegetale di trama e ordito. Immaginiamo il divertimento di un vento burlone e inventato. Sospettiamo che invece non sia opera sua. Crediamo nel soprannaturale per più di un istante. E andiamo avanti.

Bosco di betulle bianche.
L'impatto visivo, entrando nel vivo dell'area protetta, è tutto sul bianco dei tronchi del bosco di betulle che circonda la caldara vera e propria. Le betulle bianche a queste latitudini e con queste temperature, non dovrebbero crescere. Sono alberi tipici di climi più freddi. Qui una assoluta eccezionalità. Un sovvertire le regole che, in questo luogo, sta diventando l'unica regola. Tutto è diverso.  Qui. Tutto è eccezione.
E così, il bosco naturale del tutto innaturale in questo clima, è il più esterno degli ambienti di questo luogo. Quello che circonda e protegge, quasi nasconde la Caldara. Le betulle appaiono come una visione. Sentinelle che vegliano sui segreti del luogo delimitando il perimetro: il confine tra esterno ed interno, qui nettissimo. Fuori, vige la normalità; dentro, tutto cambia e si seguono regole differenti. Le "non regole" che  tipizzano  questo luogo e lo differenziano.
 
Bosco di betulle bianche.
 
A guardarle, le betulle, così bianche e con i rami spogli e spezzati, non possono che ricordare fantasmi. Spettri guardiani sulla soglia dell'inferno. Vinti anch'essi. E in effetti questa zona era consacrata al dio dell'oltretomba Manth, probabilmente proprio a causa dell'ambiente spettrale e dei fenomeni vulcanici a cui l'area è strettamente legata e che oggi non sono che i residui del vulcanismo sabatino di un tempo. 
 
Particolare di una polla sulfurea.
All'interno dell'ambiente paludoso della Caldara, sono facilmente osservabili fenomeni vulcanici: polle d'acqua, odore sulfureo, geyser naturali dovuti a sorgenti con emissione di anidride carbonica. Il fango della palude si colora di giallo e di rosso a traccia dei minerali che la terra sprigiona.
 
 
Palude con fenomeni vulcanici.

Sorgenti sulfuree nella palude.

Camminare nella palude, con le suole delle scarpe che sprofondano in una terra vivissima, che si mescola e rimescola e in questo eterno movimento attira dentro di sé, è come essere trascinati nel mondo degli inferi. Le narici si nutrono di un'aria densa di minerali, che odora di sottosuolo. La vista spazia sul paesaggio spettrale, chiuso in sé stesso e non abitato da anime umane. Le sorgenti che sgorgano regalando alla vista un po' del mondo sotterraneo, potrebbero ricordare benissimo il rumore dello Stige. Siamo all'inferno. E scopriamo che ci stiamo anche bene. La sensazione è quella di essere avvolti dal luogo, all'interno del suo cerchio magico che ci incastra e nello stesso tempo ci protegge: finché vi resteremo saremo coperti dalla magia spettrale di questo luogo che ci attrae fascinoso di vita e di morte al tempo stesso. Legato così indissolubilmente al sottosuolo, eppure luogo di vita, di acqua e di minerali. Di alberi così come di graminacee che decomponendosi danno vita al terzo degli ambienti della Caldara: la torbiera.
E così, dinanzi al bosco di betulle bianche, alla torbiera e infine alla palude ci troviamo immersi e completamente catalizzati da un paesaggio inusuale; fatto come a matriosca, dove questi tre ambienti sono contenuti uno dentro l'altro. E' un paesaggio che ci penetra dentro con la sua anima affascinante e inquieta. Tenebrosa e ammaliante. Un paesaggio che ci risucchia, che ci corteggia spaventosamente e ci invade la nostra, di anima.
 
Gli ambienti della Caldara: bosco, torbiera e palude.
 
Torbiera e palude della Caldara di Manziana.
 
La palude della Caldara di Manziana.
 
E nel silenzio tangibile di questo luogo, interrotto solo dal gorgogliare delle acque, è facile individuare presenze fatte poco di più che d'aria. Nel miscuglio tra palude e torba, tra i rami contorti di betulle fantasma che qui non dovrebbero essere, ecco salire dei vapori riflessi che assomigliano a qualcos'altro. Ci giriamo sospetti indovinando presenze. Soli e mai soli in questo luogo la cui anima è fatta di contrasti, di inquietudini, di fascino e di mistero. Un'anima bianca come i tronchi delle betulle, un'anima nera come la sua stessa palude. Un luogo unico, dove suolo e sottosuolo si intrecciano in una lotta che assomiglia a quella tra la vita e la morte, tra il reale e l'irreale e che non è nessuno dei due. 
La Caldara di Manziana è "Altro". Semplicemente.
 





mercoledì 16 gennaio 2019

La viva spiritualità del lago di San Domenico


Nell'Abruzzo meridionale e già montano, non lontano dal confine con il Lazio, in provincia dell'Aquila e sotto il comune di Villalago, trova dimora lo splendido lago di San Domenico.
Si tratta in realtà di un lago artificiale, creato intorno agli anni '20 per esigenze umane, ma che si incastona in maniera così perfettamente naturale nel contesto paesaggistico, da essere considerato come autentico gioiello, meritevole meta di escursioni e pellegrinaggi. 
La strada per arrivarvi è la suggestiva anticipatrice dell'incanto del luogo: costeggia le Gole del Sagittario, incuneandosi tra le curve delle acque e delle pareti montane. Sorprende. Rinfresca la mente. Prepara già gli occhi al paradiso. Quando si apre la visuale sul lago, infatti, siamo stati già condotti sulla via della bellezza. Già abbiamo, da qualche chilometro, lasciato l'asfalto urbano, disordinato e caotico, per immergerci nella guida veritiera della natura. 
E nonostante questo, nonostante siamo già mentalmente immersi in un mondo a sé stante, vedere il lago è un sussulto di emozione tangibile. Le acque verdissime, la spiaggetta bianca, le montagne boscose e selvagge intorno, gli alberi che lo incorniciano, ci lasciano di stucco proprio perché sono di una tale perfetta bellezza - non riusciamo proprio ad immaginare un elemento mancante - da sembrarci impossibile esista sul serio questo luogo. E' la perfezione assoluta ad incantarci. E che sia così, paradossalmente, a portata di mano, lungo la strada che, continuata, porterebbe senza intralci al più famoso lago di Scanno. 
E' l'incanto che ci si offre davanti spontaneamente, a sorprenderci. Che una tale meraviglia non sia da cercare tra le montagne, dopo un trekking sfiancante, ma si apra a noi semplicemente. Forse, sentiamo di non meritarlo il paradiso. Che debba essere più sofferto o forse solo più ostentato, per crederlo reale. Perché il lago di San Domenico, in fondo, nonostante la assoluta bellezza, non è poi così segnalato a livello turistico né - fortunatamente - sfruttato. Resta un luogo integro, intimo, delicato. Un tesoro che, paradossalmente, è sotto gli occhi di tutti, ma resta silenziosamente in disparte, in punta di piedi. Al margine di questa strada che, silenziosa anch'essa, scivola via tra le Gole del Sagittario e il lago di Scanno. Nel mezzo, questo lago che vede chi vuol vederlo, che urla in silenzio per chi sa sentirlo. Che si regala a tutti, e si rivela, forse, a pochi. 
Occorre inventarselo un po', il parcheggio. I posti ricavati da qualche slargo della strada sono pochi. Occorre volercisi fermare, sulle sponde di questo lago. Nessun parcheggio costruito appositamente, nessuna segnaletica invadente, dirigerà le vostre azioni. Sarete voi a sapere che vorrete visitare esattamente questo luogo. A decidere, coscientemente, di fermarmi qui. A riconoscere il tesoro che si para proprio davanti a voi, incustodito. E forse proprio questo non è semplice: saper godere la meraviglia di ciò a cui si ha libero accesso.

Ponte per l'eremo di San Domenico

Un nuovo ponte pedonale, costruito sopra i resti di quello preesistente, vi porterà (emozionati) nel cuore del lago. Questo ponte è tramite e punto di contratto tra lo scorrere della vita preesistente e il tempo a sé stante di questo luogo, anima della natura e anima della spiritualità. Sulle sponde del lago, infatti, sorge (e sorgeva molto prima del lago stesso) il suggestivo eremo di San Domenico, detto anche Prato Cardoso, dove il Santo dimorò intorno all'anno mille, vivendo in isolamento per almeno sei anni. 

Croce affacciata sul lago.
Superato il ponte, uno slargo si apre sul lago; quasi  una piazzetta con affaccio sullo splendido panorama circostante. Incontaminato, fatto di acqua e di alberi. 
Una croce, solenne, è eretta a protezione della natura. O forse è la natura stessa a legittimare la presenza di questa croce qui. Non ha importanza. E' la spiritualità del luogo a non essere in discussione. 
Si respira spirito. Che sia quello della natura o quello di un credo specifico, poco importa. Un silenzio irreale ci avvolge e racconta più di mille voci insieme. Ci estraniamo dal mondo, sentiamo qualcosa di non ben definito invaderci e colmare l'anima. Ma non è ancora la quiete, la pace; queste verranno successivamente. E' un inquieto senso di benessere, a cui, per ora non ci sappiamo abbandonare, ma che ci riempie e ci incita a scoprire un  luogo che ci cattura e ci estranea  e ci emoziona.

Bifora nel loggiato dell'eremo di San Domenico.
Entriamo del loggiato della piccola chiesa. Qui dei dipinti di Alfredo Gentile raccontano quattro episodi legati alla vita del Santo. Una bifora permette la vista del lago. Oltre ad essere molto suggestiva, ha valore estremamente simbolico: è come se l'ambiente naturale e quello spirituale non fossero mai separati, ma restasse sempre aperto il varco di comunicazione tra i due. Visivo, ma anche, e soprattutto, emotivo e simbolico. 

Entrando all'interno della chiesetta vera e propria, l'allerta dei sensi aumenta. Il cuore accelera nell'attesa di qualcosa di indefinito; i piedi compiono i loro passi quasi autonomamente, seguendo una sensazione spirituale molto forte, che conduce giusto dietro l'altare, ad una porta che si apre su ripidi scalini scavati nella roccia calcarea. 

Grotta di San Domenico.
Salendo le scale anche questa sensazione mistica che ci accompagna sale, e culmina esattamente davanti al cancello posto a protezione dei resti del giaciglio di San Domenico, all'interno della grotta scavata nella roccia, dove il benedettino dimorava. E' qui che il Santo visse in isolamento, tra solitudine, preghiere e penitenze. E' qui che ebbe le apparizioni. E questa roccia conserva traccia di tutte le sofferenze e le rivelazioni che furono. Traccia viva del sudore del Santo; alone del misticismo e del mistero che qui si consumò in quei lontani giorni di eremitaggio.
C'è qualcosa che brucia nell'anima, toccando questo cancello. Qualcosa che attrae e terrorizza al tempo stesso, nell'aria che si respira dentro questa grotta. E' il respiro delle polveri del tempo, dell'energia fortissima di una meditazione rivelatrice. Il cuore batte profondamente e lentamente; lo sentiamo dentro, questo luogo. Conserva ogni cosa accaduta. Gli occhi sono spalancati su qualcosa di assolutamente vivo e reale che tuttavia non riusciamo a distinguere. Quei fasci di luce verso il cielo, che vide San Benedetto, a noi non sono dati vedere, eppure li sentiamo perfettamente. Gli occhi spalancati ce li rivelano dentro la nostra anima.

Anche qui, una cavità nella roccia, non impedisce la vista dei boschi al di fuori. La natura entra prepotentemente dentro. In un tutt'uno. Si sente scorrere l'acqua. E' la sorgente del fiume Sege, alle cui spalle sorge questa grotta solenne. Il tintinnio vivo dell'acqua deve essere lo stesso che rapiva San Domenico dalla sua solitudine, per offrirgli il conforto rivelatore della natura sovrana, da sempre, di questo luogo e del nostro mondo. Qui c'è verità. Qui è da cercare, nella propria anima e in quella del luogo, la consapevolezza. 
Uscire da questa grotta, dalla chiesa, dal suo loggiato, e arrivare sulle sponde del lago è come aver compiuto un lungo viaggio spirituale che ci ha modificati dentro. 
Ora, la sensazione è quella di benessere e pace assoluta. Di armonia con noi stessi e con il mondo. Le acque verdi del lago, le spiagge bianche, l'argentea cascatella, i fitti abeti che ci circondano, sono fatti della stessa materia della nostra anima. Tale perfezione non ci sorprende più - non può che essere così adesso -, ma ci avvolge e ci inorgoglisce.

Le acque del lago di San Domenico.

I boschi che circondano il lago di San Domenico.

Il meraviglioso paesaggio ci lascia una sensazione, ora, di pace e completezza. Abbiamo fatto un percorso, un viaggio dentro al viaggio; ci siamo dapprima sorpresi, poi tuffati e quasi siamo stati sopraffatti dalle forti sensazioni di questo luogo, infine abbiamo trovato la pace. Come una liberazione dalle energie negative, che qui sono state assorbite ed annullate. Comprese e superate.
Qual è dunque l'anima di questo luogo? E' anima tutta. Un'anima di pace, di silenzio, di mistero, di natura, di bellezza, di perfezione, di energia, di misticismo, di meditazione, di raccoglimento e d'incanto. Ma è sopratutto un'anima fatta di tanti piccoli tasselli di una spiritualità diffusa su tutte le cose. Sull'eremo, sul giaciglio del Santo, ma anche sulla terra, sulla roccia, sui flussi dell'acqua, sulle sorgenti, sui boschi. Un'anima che pervade tutta l'aria di questo luogo, che respiriamo come nutrimento di vita. 

Panorama lago San Domenico.

E andando via, percorriamo l'itinerario al contrario, questa volta con una consapevolezza nuova. Pronti a tornare alla nostra vita normale, ma più forti. 
Ma non possiamo fare a meno di voltarci, un'ultima volta, ad ammirare il panorama del lago, così perfettamente distribuito tra sponde di ghiaia bianca, acque verdi, e montagne d'intorno. E un raggio di sole che filtra ad illuminarlo. Delicatamente. Traccia di spirito.





 

venerdì 14 dicembre 2018

L'anima malinconica e solenne dell'antica Monterano


Nella regione Lazio, a nord di Roma e a ovest di Bracciano, ad appena due chilometri da Canale Monterano nuova, sorgono i resti di quella che fu Monterano. Città di antico splendore, dalla storia travagliata fatta tanto di gloria quanto di abbandono. Oggi una della più affascinanti e ben conservate "città fantasma" d'Italia. Inserita in un contesto naturale prezioso: tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, nel cuore della Riserva Naturale Monterano, sorge su un'altura di tufo tra le forre del fiume Mignone e del torrente Biscione. L'intima commistione tra storia, architettura e natura ne fa luogo di rara emozione e indiscusso fascino.
E' necessario tratteggiare, anche solo brevemente, la storia millenaria di Monterano per comprendere pienamente la particolare e rarefatta atmosfera che aleggia tra le sue rovine.
I primi insediamenti si devono al popolo etrusco, di cui ancora oggi restano evidentissime  impronte. 
Sepolcreti etruschi.
Alla base stessa dell'altura madre della città ci si imbatte in sepolcreti etruschi, utilizzati poi nei secoli come cantine e stalle dai popoli che si sono succeduti al controllo. Infatti, passata sotto il dominio dell'Impero Romano e poi declinata con l'avvento dei Longobardi, la storia di Monterano non è che ancora all'inizio. Risorse durante il Medioevo per arrivare al periodo di massimo splendore con il ducato degli Altieri: papa Clemente X commissionò al Bernini opere di pregio per la città, che conobbe così la più florida fioritura. Tuttavia un oscuro destino di declino, ma non certamente di oblio, ha sempre seguito le fila della storia di Monterano. Dalla morte di Clemente X iniziò una lenta decadenza e lo spopolamento, questa volta definitivo, nel 1770 in seguito a un'epidemia di malaria e infine nel 1800 con l'incendio e il saccheggio da parte dell'esercito francese.

Ma veniamo a noi e a quello che, oggi, significa visitare ciò che rimane di così tanta storia lasciata da popoli diversi che si sono affaccendati in questi stessi luoghi.
Monterano vista dal sentiero.
Entrare nella riserva, seguendo il sentiero ben segnalato tra i boschi, verso le rovine, è come entrare in un'area magica, un perimetro protetto da forze misteriose e altro dall'esterno. Vedere comparire sull'altura, tra gli alberi, i resti di Monterano, imponenti, è il primo, diretto impatto, su quella che doveva essere stata la forza dirompente di questa città, che ancora oggi conserva il suo aspetto solenne, elegante e a tratti altero. Sarà per via della posizione sulla sommità, sarà per l'architettura robusta dei suoi edifici, essa pare dominare perfino la natura che si apre, riverente, intorno alle prestigiose rovine. 
Certamente non mancano, come in tutte le "città morte" che si rispettino, leggende dal sapore esoterico. Si racconta di un ponte, essenziale per superare il dislivello dell'abitato dalla strada sottostante, ma di difficile costruzione per via di un vento insistente e impetuoso tra le forre. Solo un patto con il diavolo portò alla costruzione, in una notte, di un ponte finalmente solido e indistruttibile. Tuttavia gli abitanti, banchettando con gli animali uccisi in sacrificio, scatenarono le ire del Maligno, che maledì la città condannandola al suo destino. 

Rovine dell'antica Monterano.

Rovine dell'antica Monterano.

Il Palazzo Baronale e la fontana del Bernini.

Salire in cima all'altura è entrare nel cuore della città antica. Perdersi tra un dedalo di viuzze ormai fatte di sentiero, con le rovine che emergono tra l'ambiente naturale, contendendosene a pieno titolo la scena. 
Primo su tutti il Palazzo Baronale Altieri, prestigiosa opera del Bernini, insieme alla Fontana del Leone posta sulla facciata, che come una potentissima macchina del tempo ci riporta a quello che doveva essere allora. Lo vedete? Il giovane Bernini affaccendato tra queste vie. Lo sentite, tornare intatto dal tempo passato, il vociare del popolo? La vita quotidiana, rumorosa, di questa città, improvvisamente di nuovo viva. Nella vostra mente che potentemente sa richiamare un passato imprigionato nelle solide mura. Le vicende dei nobili e del popolo, intatte, destinate a ripetersi, sempre uguali a come sono accadute, in un tempo ormai immutabile ma circolare. Che torna al suono del vento; che torna nella mente di voi visitatori dal cuore sensibile e dalla mente aperta; che torna negli occhi di chi sa vedere. Le ombre dei rami degli alberi su queste possenti mura di pietre dorate da un ultimo sole, non vi sembrano disegnare le sagome del passato? Rimandare a gioie, dolori, segreti irrivelabili richiamati dal tempo che fu. Un sentimento di circospetto silenzio ci invade. Rimaniamo così. Riverenti ad ascoltare un passato presente. Un tempo fatto di splendore e di declino, di gloria e di infamia, di potere e di sconfitta, così come la vita stessa.

E poi scendere a valle. E con questi sentimenti nel cuore, veder comparire in una aperta e vasta pianura circondata da boschi, quel che rimane della chiesa e convento di San Bonaventura e della fontana ottagonale attigua. Opere del genio creativo del Bernini anch'esse.

Resti chiesa San Bonaventura.

Resti chiesa San Bonaventura e fontana ottagonale.

Parlano, queste rovine. Raccontano da sole la loro storia. Così arrogantemente da urlarla. Non si può non sentirla. Prepotentemente poggiata sulla rugiada del verdissimo prato illuminato dal freddo tramonto invernale. Sparsa per l'aria rigida che ci avvolge in una dimensione atemporale. Insita nella materica fontana che si sovrappone alle linee della facciata della chiesa. C'è qualcosa di sovrannaturale, nei raggi di luce che filtrano dalle rovine per andarsi a posare, disegnandone netti i robusti contorni, sulla fontana. Qualcosa di studiato e certamente non casuale, dove ogni simbolo accresce un sentimento di reverenza non soltanto dovuto all'antichità e alla sacralità di queste rovine. C'è qualcosa di più, di inafferrabile e indefinibile: un'energia forse collegata direttamente al sottosuolo di questo territorio, dove tra boschi e pascoli di animali allo stato brado, scorrono acque solfuree con il loro tipico odore di zolfo che trascina direttamente nel mondo degli inferi. O data dallo scenario adatto alle streghe, con questa pianura piazza di incontri e di fatture. O dalla natura stessa addormentata dall'inverno, ma che conserva in sé la vita ad animare per osmosi le rovine. O dalla luce densa, quasi afferrabile e tangibile, che disegna sagome di spettri. 

Ma l'emozione più forte di tutta la visita a Monterano, quella che ci lascia senza parole e con il cuore che per un istante smette di battere, sospeso, catturato da un vortice temporale abissale e sconvolgente, è sicuramente l'interno del convento. Qui, tra un'intricata architettura più che indovinabile tra i crolli, nasce dalla loro stessa calce un fico di oltre duecento anni. Albero monumentale del Lazio, che con la sua circonferenza occupa l'ambiente principale della struttura e con i suoi nove metri d'altezza la supera, oltrepassando un ideologico soffitto che ormai non esiste più, in cerca del cielo. Di una libertà maggiore di quella che entra nella struttura pur oramai aperta. Perché di libertà, a dire la verità, dentro non c'è traccia. Si è schiavi assoluti, schiacciati dai cornicioni intatti più che da quelli crollati. Dalle rivelazioni di voci che non danno tregua. Ci seguono ossessive per i locali dell'ex-convento. Sono le vite dei sacerdoti, che qui non volevano stare neppure loro e che mano mano abbandonarono il convento, troppo isolato. Troppo insidioso. E' così oggi più che mai. C'è troppa solitudine in questo luogo. E tuttavia non c'è quiete. E' un luogo che ti imprigiona, ti costringe alla sua storia. La sacralità del posto, la sua bellezza di tetra malinconia, vi attrarranno come un vortice a cui è difficile sottrarsi. Ci si sente dentro qui. Dentro la chiesa, dentro la storia, dentro le vite, dentro il magico cerchio del tempo. Avvinghiati come le radici di questo fico, vivo come lo sono le rovine che lo circondano. Potenti e affascinanti allo stesso modo, come il groviglio di storie umane che qui si sono succedute. Ovunque si guardi, qui tutto significa. E l'albero di fico stesso, sacro ad Atena dea della saggezza e a Dionisio dio del vino, simbolo di immortalità, non è certamente qui per caso.

Interno chiesa San Bonaventura.

Fico cresciuto sulle rovine della Chiesa.


Abbandonata forzatamente la nostra circospezione, non ci resta che abbandonarci all'anima di questo luogo. Un'anima malinconica e solenne. Solcata dalla tristezza di un destino che ne ha voluto, beffardo, l'abbandono, ma che non vi si arrende mai pienamente. Basti pensare a quanti film sono stati girati proprio tra le rovine di Monterano: Guardie e ladri, Brancaleone alla crociate, Il marchese del Grillo di Monicelli, su tutti.
Il silenzio non calerà mai su questo luogo. E anche quando, gli ultimi visitatori se ne saranno andati e la notte si alzerà sopra Monterano, gelida e ventosa, i bisbigli di voci passate e mai messe sul serio a tacere, tesseranno l'alone mistico che copre, incorporeo quanto reale, le rovine di una città in verità vivissima.