martedì 13 novembre 2018

L'energia del magico borgo di Calcata

 

La regione Lazio è ricca di luoghi affascinanti, più o meno conosciuti, dove spesso, a paesi caratteristici si combinano elementi di grande valore naturale. Sicuramente merita una visita, su tutti, il piccolo borgo medievale di Calcata, in provincia di Viterbo, immerso nella splendida valle del fiume Treja. Un luogo unico nel suo genere, che non si dimentica facilmente. Partiamo dal primo impatto: quando il paese appare al visitatore tutto arroccato sulla sua montagna di tufo, che emerge alta in mezzo alla valle completamente ricoperta da boschi selvaggi. Già questo panorama ha qualcosa di particolare e atipico. Le case sembrano nascere dalla stessa montagna, in una continuità di colore, come se per magia la roccia improvvisamente si trasformasse essa stessa, modellandosi nella forma delle case. Stabilire i confini, dove siano le une e dove l’altra, è spesso complicato dalla fortissima coesione estetica ed emotiva tra case e roccia. Calcata è la sua stessa montagna che la sorregge e la protegge, offrendola come fiero trofeo, alzato sul podio della valle boschiva e misteriosa che la circonda. E’ un’isola che emerge silenziosa nel mare di alberi, dal fortissimo impatto emotivo. Promessa di un luogo che difficilmente è classificabile in una precisa categoria. 
Partiamo dal presupposto che fino agli anni 60, Calcata era un borgo quasi dimenticato, ormai spopolato e destinato a scomparire. Poi le cose andarono diversamente: nel borgo iniziarono a trasferirsi artisti, artigiani e hippie desiderosi di fuggire al caos dell’evoluzione del mondo contemporaneo, sempre più accelerato. Fecero di Calcata la loro dimora fuori dal mondo e dal tempo. Un luogo scelto, elitario, dove potersi dedicare all’arte in una dimensione totalitaria. Presero ad abitare le case, a trasformare le cantine in botteghe e gallerie d’arte, ad attirare curiosi che desideravano vedere con i propri occhi “il borgo degli artisti”, dove questi vivevano una vita parallela e contraria a quella del resto del mondo. Una realtà creata essa stessa dalla loro arte; un luogo inventato, dove tutt’oggi ognuno degli abitanti dà vita al proprio estro creativo personale, e il luogo è poi l’atipica somma di quello di tutti.

Porta d'ingresso a Calcata.
A Calcata si entra da un’unica porta di accesso tra le sue mura e poi una breve salita conduce direttamente alla piazza cuore del piccolissimo borgo. Più che una porta, è un vero e proprio varco che segna il passaggio dal mondo e dal tempo normale, ad una dimensione surreale e magica. Si respira mistero entrando. Si rallenta il passo, perché qualcosa di particolare, un’atmosfera che percepiamo subito mistica, ci allerta i sensi. Respiriamo il luogo. Rallentiamo automaticamente anche i battiti del cuore. Ci dobbiamo fermare a capire cosa succede, cos’ha, questo luogo, di tanto differente dagli altri, da farci osservare intorno con sguardo quasi reverenziale, alla ricerca di quei particolari che ci possano aiutare a decodificare il mistero che sentiamo nascere dentro. I sensi si amplificano, subito, fin dal primo istante che si entra nelle mura; ogni dettaglio ci fa percepire che non siamo in un luogo qualunque. Ci arrivano fortissime delle sensazioni che non sappiamo spiegare, ma che ci fanno intuire ci sia un significato profondissimo in ciò che guardiamo con occhi aperti e i sensi allertati. 
C’è chi dice che Calcata sia anche il “paese delle streghe”, che nelle cantine ci siano testimonianze segrete di un passato esoterico e che riti magici si continuino a fare. Si racconta che ai tempo dei Falisci, il punto dove sorge Calcata fosse centro di energie del sottosuolo e occultismo. E che tuttora, nelle notti di forte vento, i vicoli del borgo sembrino cantare e che quello sia il canto delle streghe.
E poi c’è una leggenda, di origine religiosa, secondo la quale proprio a Calcata è custodito il prepuzio di Gesù, tagliato al suo ottavo giorno di vita, conservato a San Giovanni in Laterano fino al Sacco di Roma, quando fu trafugato da un lanzichenecco, poi imprigionato a Calcata. Il prepuzio sarebbe stato ritrovato nella sua cella nel 1557. La leggenda è riportata anche nell’Ulisse di Joyce e nel Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago.
Non sarò certo io a stabilire a cosa attribuire la sensazione che si prova entrando a Calcata, sicuramente c’è un’energia fortissima, palpabile, che scuote la mente di chi sa sentire. Non so se sia legata alla magia o forse alla stessa potenza dell’arte, ma sicuramente accade qualcosa di surreale, entrando nel borgo, attraversando quella porta – simbolo, ricoperta di muschio. Inutile specificare che, una volta dentro il borgo, misteriosamente i cellulari non prendono più.
L’architettura di Calcata è qualcosa di assolutamente atipico per vari motivi. Intanto tutto si sviluppa intorno alla piazza principale, con la chiesa, il castello, dei curiosi troni di pietra e un via vai di personaggi particolari e botteghe artigiane e localini dall’arredamento esotico ed eccentrico. Da qui, intorno, una serie di piccole viuzze si diramano e finiscono tutte a precipizio sulla montagna di tufo, con panorami sconfinati e memorabili sulla valle incontaminata. Non si va da nessuna parte, a Calcata. Tutte le strade portano a quel precipizio di orribile bellezza. Passaggi stretti, vicoli, cortili interni. Tutto conduce qui. Al vuoto che la circonda. E proprio affacciate sul vuoto nascono, avvinghiate alla roccia, case e terrazzini.

Casa scavata nella roccia e affacciata sullo strapiombo.

Via che termina sullo strapiombo.
E poi tutto è condito da un arredamento improbabile, senza alcuna coerenza né regola. Non ci sono regole, a Calcata. La normalità è l’imprevedibile. E così spuntano: panchine giganti fatte da tronchi; lampadari antichi appesi a lampioni; portoni dalle forme strane; pezzi di mosaico che così come improvvisamente nascono così senza un perché si interrompono; curiosi bazar; una finestra di un rosso sgargiante in una casa grigia; pantaloni appesi al muro di casa; quadri buttati tra attrezzi da lavoro; scale rivestite da perline ma soltanto in parte, senza coerenza di inizio e di fine; specchietti come amuleti attaccati alle finestre. In una casualità che solo nell’insieme trova senso. L’unica regola, quella che dà unità al tutto, è che non ci sono regole.

Particolare portone.

Lampadario appeso a lampione.

Scala decorata.












Finestra rossa.

E poi ci sono ancora i numerosissimi richiami all’India, ricordi dei viaggi che gli artisti degli anni 60 facevano in questo continente e poi venivano raccontati, a Calcata, intorno ai fuochi accesi nella piazza. E ancora oggi, girando tra i vicoli del borgo, si sente raccontare di viaggi e di musica e di letteratura e d’arte. Il clima culturale, forse un po’ chiuso in sé stesso, nelle visioni di ciascun artista, si nutre però di racconti di terre lontane. Lontane poi forse solo fisicamente, perché Calcata è al di fuori dallo spazio e dal tempo, potrebbe essere ovunque e da nessuna parte. Nella fantasia si può facilmente immaginarla staccarsi dalla terra e prendere il volo, così tutta insieme alla sua montagna di tufo, e vagare nell’aria. La maggior parte delle case, a Calcata, ha grotte sotterranee spesso collegate tra loro da cunicoli. In queste grotte, ristrutturate, sono nati locali particolari e botteghe d’arte; altre sono rimaste come magazzini. Qualunque ne sia l’uso, spiarne l’interno è un’esperienza unica: si trovano spesso affastellate cose di ogni genere, mischiate tra loro. Improbabili. Una antica armatura completa, troneggia dentro una bottega artigiana. 

Vasca con larve di pietra che escono.
Pappagalli appesi ad un arco.














E ancora si possono trovare case scavate nel tufo; vasche da cui escono enormi larve di pietra; opere d'arte che adornano muri scrostati e decadenti; pappagalli colorati che stridono con l’arco di pietra sporca su cui sono appesi da chissà quanto tempo. 
La decadenza è un altro aspetto che a Calcata si rincorre tra i vicoli, dove non è raro imbattersi in tavolini arrugginiti, oggetti rotti, cantine abbandonate, scope e altri attrezzi lasciati a caso. In un contrasto forse non casuale, ma costruito appositamente per non farci troppo abituare alla bellezza del posto, quasi a volerci ricordare che è tutto di passaggio, che il tempo cancellerà ogni cosa. E così, accanto a curati vasi di fiori, ecco giocattoli rotti, tavolini arrugginiti, testimoni di un tempo che non esiste più, di uno scorrere che è destinato a portarsi via la bellezza e il tempo presente e noi stessi.
Un cartellone di un festival hippie tenutosi nel maggio scorso, ancora per strada, con due sedie abbandonate accanto, a raccontare di una musica viva, ma che ora non c’è. Testimonianza del tempo che corrompe tutte le cose. Strade vinte dal muschio, panchine fatte da tronchi rotti, intonaco scrostato. Il tempo passato sotto i nostri occhi, visibile. Qui non restaurato dal nuovo, forse affinché sia vivo insieme al presente, suggerendo un’unica continuità temporale.

Strada decadente.
Cartellone festival hippie in una strada tipica.

E ancora: il vero e il falso che si mescolano, a Calcata. Come nell’arte stessa, che trae dal reale ma poi non lo è. E allora ecco i fiori finti spesso insieme a quelli veri, animali di legno o bambole affacciate alle finestre come fossero bambini veri, creature di stoffa, pupazzi di cartapesta, che sostituiscono la figura umana. In una veglia perenne, in un’accoglienza continua del visitatore, in un sorriso che, almeno nella finzione, non è intaccato dal dolore. Il mondo delle illusioni fantastiche. Travestimenti, costumi. Dove non ha più senso alcuno distinguere il vero dal falso. Importante è solo il significato che rappresenta. 

Bottega di pupazzi in cartapesta.

Bambole affacciate ad una finestra.
Insegna di un teatrino.

L’insegna di un teatrino ambulante, attaccata a un muro. Perché è tutto irreale: lo spettacolo è annunciato ancora da quelle parole che rimangono immutabili nel tempo, ma dietro ormai nessun personaggio più si muove, nessuna rappresentazione va più in scena. E senza l’irrealtà, resta la nuda verità di un muro, irreale anch’essa.
E quanto ha affascinato Calcata nel tempo! Set cinematografico di numerosi film come "Amici miei" e del video di “Una storia sbagliata” di De André. Amata, criticata, compresa o meno, Calcata non può lasciare indifferenti.

Una tipica vietta di Calcata.
Installazione artistica su muro.

Ma qual è, dunque, l’anima di Calcata? E’ un’anima di follia, di arte, di magia, di mistero, di natura, di assurdo. E soprattutto di energia. Perché è questa che emana da ogni pietra, in ogni angolo e in ogni vicolo di questo borgo. Un’energia viva, antica e profondissima, che mescola l’arte con la natura, la verità con la finzione, il presente e il passato in un nuovo non - tempo indefinito, il bello con il triste, la magia e l’esoterismo. Un’energia che trasuda cultura, mistero, racconti lontani e vicini. Un’energia che ti fa rallentare il cuore, respirare profondamente, in un attimo comprendere il senso stesso della Terra, l’attimo dopo dimenticarlo perché da umani non è sostenibile una tale, fortissima, percezione. C’è un ordine, nel caos atipico di Calcata: è l’energia vitale che si concentra in alcuni luoghi della Terra. Calcata è uno di questi, preziosissimo punto di raccordo.
E quando cala la sera, e si accendono le luci degli strambi lampadari e le insegne degli affascinanti locali senza senso, e le streghe sembrano veramente camminare nelle ombre dei vicoli, allora provate a percorrere una qualsiasi stradina che vi porterà allo strapiombo, affacciato sulla valle del Treja. Qui, nel silenzio assordante nella notte, attaccati all’ultimo sperone di roccia prima del vuoto, con l’orizzonte ancora infuocato dall’arancione del tramonto, la luna già alta nel cielo, il nero della notte che si è già preso gli alberi dello sterminato bosco sotto di voi... qui sentirete l’acqua del fiume a valle scorrere, creare una musica sottile, indovinerete le ombre della notte e percepirete il respiro della Terra. 
E sarete felici di voi stessi, perché avete occhi che sanno vedere e un’anima che sa sentire.





venerdì 12 ottobre 2018

Nel cuore delle Madonie: la fruibilità di Piano Zucchi


Nell'entroterra siciliano, nel comune di Isnello, a mille metri sul livello del mare e a 35 km da Cefalù, abita un luogo incantevole, vestito di prati e di faggi, pini, querce, abeti, sambuchi e lecci. Siamo a Piano Zucchi, cuore vivo del Parco delle Madonie. Un pianoro circondato dalle montagne, a cui si arriva dopo che la strada si inerpica con tornanti sempre più incalzanti, tra boschi e odori di resine e muschi e umido fresco. Un mondo intimo, vero, in cui ci si addentra quasi magicamente, abbandonati il clamore costiero, l'afa, il brusio dei bagnanti di una domenica di fine estate. Ogni curva di questa strada, è un metro in più dentro la verità delle montagne. Il refrigerio di un'aria genuina, respirabile, segna il passaggio tra i due mondi. E la luce. Lasciata alla costa quella accecante, fatta di raggi riflessi e moltiplicati dal mare, qui la luce è tutta diversa. Divisa dal bosco che la assorbe per primo e ce la restituisce, parsimonioso e saggio, in morbidi raggi  che lo attraversano. Una luce filtrata dagli alberi, rilassata, arresa all'ombra refrigerante dei boschi. 
E così, continuando a salire, il panorama muta e da collinare si fa sempre più montano e netto. Con il carattere preciso e un po' duro delle montagne. Non è raro trovare animali che pascolano ai bordi della strada: mucche, cavalli, pecore. Boschi e roccia. Aria pura e profumata di natura. Un crescendo, fino ad arrivare al Piano, tregua dopo tanto salire. Pausa per la nostra anima e riposo per il guidatore. Luogo dentro il luogo, fatto appositamente da Madre Natura per permetterci di sostare e, nell'attesa di ripartire, interiorizzare la maestosità di queste montagne. Viverle.

Piano Zucchi.

La piccola piana è accogliente. Fruibile. Protetta dalle montagne circostanti come uno scrigno che racchiude prezioso tesoro. Noi vi siamo dentro. 
C’è un bel prato erboso a fine estate, qui. E’ esattamente il prato dove correre felici della nostra infanzia. Rimanda immediatamente l’immaginario alle giornate spensierate, senza fine, alle corse con il vento tra i capelli e una risata genuina nata su bocca sincera. In altri tempi e in altri luoghi. Non importa più. L’entusiamo ci invade anche adesso. Per questo spazio tutto nostro. Libero. Ampio, ma limitato. Fatto a nostra misura da natura generosa. Creatore di fantasie d’infanzia e di adulto benessere. Quanta perfezione in un prato erboso, circondato dal bosco! Essere qui è farne parte. Del prato, delle Madonie, della natura tutta. L’armonia che sentiamo crescere dentro è la sua. Ci invade, ci rasserena, ci corteggia. Invita alla pace. Ma non certo alla staticità. Ed è così, con il cuore tranquillo e un entusiasmo sincero, che esploriamo questo luogo incantevole. Il sottobosco intorno alla piana è curato. Giochiamo tra i tronchi degli alberi, allegri, osserviamo il prato da lì, spettatori di una magia che già accade nella nostra mente. Ritrovo di lupi, di fate o di streghe. Questo prato. Teatro di favole antiche; la radura tra il bosco è piazza di creature magiche, di segreti e incantesimi. Rivivono ora, esattamente mentre le immaginiamo. Animano il bel prato di Piano Zucchi, che diventa in un attimo, e per un solo lunghissimo momento, quello di antiche leggende ammalianti. 

Funghi sul prato della piana.
Non è più propriamente estate, qui. In montagna. Ma non è ancora autunno, secondo il tempo astronomico.
Il passaggio tra le due stagioni è evidente sotto i nostri occhi. Calpestiamo una terra dove le prime piogge sono state ostetriche di funghi di ogni tipo, che tingono l’ambiente dei colori d’autunno. Arancione, rosso, marrone. Creature spugnose, spuntate orgogliosamente tra l’erba verde e le foglie già secche. In una eterna lotta tra la vita e la morte. In una composizione perfetta, creata dalla natura. Con foglie e ricami di terra soltanto.
Orchidea selvatica.
E poi un’orchidea selvatica, improvvisa, attaccata tenacemente all’estate. Che ricorda, con delicata e spontanea bellezza, che invece in autunno ancora non siamo. Accanto, una pianta invidiosa vorrebbe imitarne la forma, ma non ha grazia e colore.
Ci emoziona la scoperta, metro dopo metro, di così tanta vita nel terreno. La terra fertile ci regala i suoi prodotti. Con stupore fanciullesco e animo lieve li scoviamo tra foglie e fili d'erba. Sono i fiori delicati di una favola bella. Sono i funghi attraenti e traditori: case di gnomi, cerchi di streghe, veleno e magia di un bruco che fuma.

Funghi.
Funghi.

L’anima di questo luogo è la genuinità di un prato di montagna, di una semplice perfetta bellezza. E' la tranquillità di un luogo fuori dal mondo che corre e dal tempo comune. Dove il passaggio delle stagioni non è così scontato e doloroso; dove sembra possibile vivere per sempre. La sua anima è protezione, intimità, benessere. Familiarità. E’ anima fatta di prato, di aria, di leggerezza, del profilo delle montagne che lo racchiudono. Di odori di natura purissima, di un ruscello che scorre lontano. Di chiaroscuri di luce, disegnati sul prato da rami di alberi mossi dal vento. Della fruibilità di un luogo, umanamente accessibile, vivibile nel pieno dei sensi. Di storie inventate o reali, racconti su prato verdissimo.

Nebbia a Piano Zucchi.


Ad un certo punto del giorno, sale la nebbia, qui. Improvvisa e leggera, copre gli abeti come scialle di seta. Nasconde, la nebbia. Eppure rivela. Permette di concentrarci solo su quello che è vicino a noi. Non esiste più lo spazio circostante. Solo noi e la sagoma, essenziale, delle cose che ci sono più prossime. Ci permette di conoscerne la forma pura, mondata dai colori, dalle proporzioni. Di conoscere meglio noi stessi. Tutto il resto non esiste più. Se lo pensiamo, lo possiamo inventare come vogliamo. Permette di inventarci il mondo, la nebbia. Apre alle possibilità. 
Affascinante ed elegante, così come viene, altrettanto velocemente poi si dipana. E ci lascia  al respiro del mondo reale, che ora guardiamo con occhi nuovi.


E anche quando, qui, a Piano Zucchi, vi coglierà un temporale improvviso, estivo, non avrete alcun timore né fretta. Al riparo dentro la macchina, l’anima si distende totalmente, ascolta la pioggia, sottile tra gli abeti, e la magia diventa privilegio che si rivela a noi soltanto. Noi che questo luogo lo viviamo anche con la pioggia, quando sono andate via anche le guardie forestali più fedeli. Ora è totalmente nostro, con tutti i suoi segreti di bosco. Rivelato. Nostro rifugio per l’anima. Rimarrà qualcosa di noi qui, in eterno…




giovedì 26 aprile 2018

La contagiosa freschezza del lago del Turano


In provincia di Rieti, a circa un'ora e mezza di distanza d'auto da Roma, il lago del Turano si guadagna la nomina di uno dei più bei "tesori" del Lazio. Imperdibile per gli amanti della natura - seppur artificiale -, il lago è lungo una decina di chilometri e circa trentasei perimetrali. Una bella estensione, variegata, circondata da dolci colline, lambita da prati lungo le sponde, ravvivata dalla presenza di due splendidi piccoli borghi: Colle di Tora, a penisola sul lago, e Castel di Tora, posto su un cucuzzolo da cui si gode uno splendido panorama del lago dall'alto, con la strada che passa, suggestiva, nel mezzo.
Non nascondo che il lago del Turano è uno dei luoghi che più mi sono cari nel Lazio. Ho passato diverse piacevoli giornate qui, e ogni volta è sempre rilassante un pic-nic sui prati che lo circondano e sempre piacevole la scoperta di qualche nuovo punto panoramico. 

Panorama del lago tra gli alberi.
Rallegra l'anima, quando dopo tanta strada per raggiungerlo, si iniziano a vedere le sue acque trasparenti, animate da insenature che si fanno sempre più grandi, fino a raggiungere quella principale, da cui sono visibili Colle e Castel di Tora. Le belle colline verdeggianti si susseguono incessantemente per tutto il perimetro del lago. Il verde e l'azzurro, i colori che rasserenano la vista e predispongono la mente al riposo.

Sicuramente la stagione migliore per concedersi una gita al lago del Turano è la primavera. Quando i prati intorno alle sponde si fanno vivi del verde della nuova erba, le spallette si riempiono di fiori e l'aria è meravigliosamente ricca dei profumi della natura.
Fioritura primaverile al lago del Turano.
Prati verdissimi circondano il lago.
 

Sorprende sempre la grandezza e al contempo l'accessibilità del lago. La strada, proprio appena sopra di esso, permette di percorrere buona parte del suo perimetro, perciò ci si trova a guidare piacevolmente colpiti dalla bella vista, e non è difficile notare diversi punti di accesso più o meno semplice. Per i più giovani e sportivi, infatti, non è certo un problema affrontare il leggero dislivello tra la strada e il lago, e scendere il declivio fino al prato. E di prati è veramente circondato il lago. Questa è forse una delle caratteristiche che più colpiscono del Turano. Solitamente le sponde dei laghi sono fatte principalmente di sabbia scura o di pietre, almeno a riva; qui invece il prato arriva, in alcuni punti, praticamente fino all'acqua e, in primavera, camminare scalzi, tra l'erba morbida, o sdraiarsi con un telo a guardare le nuvole in cielo o socchiudere gli occhi, cullati dal rumore dell'acqua, che ondeggia al piacevole venticello, ci fa sognare. Ci fa tornare un po' bambini e viene voglia di correre spensierati e rievocare  le stesse sensazioni provate negli anni dell'infanzia, quando ancora tutto era possibile, quando nessun pensiero adombrava la nostra mente, e contava solo il "qui ed ora". Ecco. Starete talmente bene, tra le fresche sponde del Turano, respirando la sua anima gentile, all'ombra piacevole dei suoi alberi, che vi sentirete rigenerati. Sereni e protetti come da bambini. Senza più tempo. Quello che conterà sarà solo l'attimo presente, di benessere e positività. Il venticello che accarezza qui la vostra testa, servirà a portare l'oblio delle cose negative nella vostra mente. Non è assolutamente questo il senso di una gita fuori città? Non è esattamente questa - momentanea, ma assoluta - pace, che cerchiamo? Qui siete nel luogo giusto. Perché l'anima fresca, leggera, allegra e gioviale del lago del Turano, contagerà di lievità anche la vostra anima. Godetevi questa sensazione. E poi alzatevi con la voglia di scoprirlo, questo bel lago che avete amato. Non fermatevi sempre nello stesso punto, perché merita di essere conosciuto. E dopo averlo fatto, tornate a casa felici e conservate del cuore la sua freschezza contagiosa di vita e di giovanile allegria.

Panorama del lago.

Panorama del lago.     
 
Arrivederci alla prossima avventura...
 
 
 

venerdì 23 marzo 2018

La grotta dei Cocci Rotti: un panorama infinito



Come il precedente, anche questo post racconta la meravigliosa terra di Sardegna e le sue grotte. E senza andare neppure troppo lontano, rimaniamo sempre nel promontorio di Capo Caccia, in provincia di Alghero, pur trattando di una grotta dall'atmosfera del tutto differente rispetto alle Grotte di Nettuno che abbiamo conosciuto la volta scorsa.
Si tratta della grotta dei Cocci Rotti, altrimenti nota come grotta dei Vasi Rotti, che ha guadagnato questo nome in seguito al ritrovamento, al suo interno, di alcuni frammenti di suppellettili in ceramica appartenenti al Neolitico.
La grotta è poco conosciuta, al di fuori dei circuiti turistici canonici e assolutamente non segnalata. Per raggiungerla, occorre parcheggiare al belvedere di Capo Caccia e iniziare un percorso di trekking sulla sinistra, in salita, su strada sterrata e anche un po' accidentata, che in una ventina di minuti vi porterà a destinazione. Non esiste percorso segnalato, perciò dovrete procedere un po' a tentoni tra rocce e cespugli, sempre in salita, prima di trovarla. Ma lo sforzo sarà ampiamente ripagato dal panorama che vi si aprirà davanti agli occhi. Un panorama infinito.
La grotta di per sé, non presenta particolari attrattive; consiste in una apertura, neppure molto grande, sulla verticale del promontorio di Capo Caccia. Al suo interno solo terra e rocce. 
Mentre delle Grotte di Nettuno ci aveva colpito il mondo interno, geologico, della terra, qui ci colpisce l'esterno, il panorama, l'aria. Perché quello che la grotta incornicia, è la magnifica vista su tutto il parco di Porto Conte. Il panorama in realtà si vede anche durante il percorso, è abbastanza aperto, eppure solo una volta entrati nella grotta, ci regala quel tuffo al cuore che fa la differenza.
Così, a picco sul mare, nel rifugio all'ombra di questa grotta, con sotto il vuoto, con dentro la penombra. Ecco che la luce, i colori, l'aria di fuori ci ubriacano di vita. Il blu del mare, Il bianco delle scogliere, il verde della vegetazione che le ricopre, ci abbagliano ancora di più. Noi, che siamo accucciati su una roccia di questa piccola grotta, quanto mondo abbiamo davanti! Terre e mare. A disposizione. Quanta luce! Quanta libertà! Deve essere questa la sensazione che provano le aquile, quando volano. La bellezza e la perfezione. Poterne vedere l'insieme in un solo sguardo. La sensazione di poterle possedere. L'assenza del limite. L'aria e il respiro ampio. La libertà assoluta. L'anima di questo luogo.

Panorama dalla grotta dei Cocci Rotti.

E mentre siamo qui, con la sensazione di dominare tutto dall'alto, e al contempo di essere ben protetti nel cantuccio della nostra grotta, nulla sembrerà fuori posto. Abbiamo tutto. La protezione e la libertà. Ci sentiamo invincibili. Come un fiore, fiero, che nasce per caso sul bordo della scogliera. E ben protetto dalle forti radici sprofondate su questa roccia, può permettersi di godersi il mare, il vento, il vuoto stesso. E vive una vita di meraviglia, emozione e bellezza. Una vita vissuta in pieno.

Fiore sulla scogliera.

La grotta è un regalo all'anima. Riempie, appaga, commuove. Non perdetevi, almeno una volta nella vita, la possibilità di sedervi qui, in questa piccola grotta, e sentirvi completamente appagati di libertà. Di fronte a questo panorama senza confini.


venerdì 26 gennaio 2018

Il ricamo dei secoli nella roccia: le Grotte di Nettuno


Nella Sardegna nord - occidentale, in provincia di Alghero, il bel promontorio di Capo Caccia domina il paesaggio con la sua imponenza fatta di roccia calcarea, insinuandosi maestosamente nel mare e regalando panorami con scogliere a picco, dove i roccioni bianchi contrastano con il blu intenso del mare. Ma non è solo la dura bellezza di questo tratto di costa ad attirare milioni di visitatori. Il promontorio custodisce al suo interno anche un prezioso "segreto": le Grotte di Nettuno. Qui, stalattiti e stalagmiti di antichissima formazione, materializzano sotto gli occhi del visitatore il lentissimo passaggio del tempo, concretizzato in formazioni che risalgono a secoli fa. Un intricato ricamo di origine carsica, custodito in queste grotte, scoperte da un pescatore nel XVIII secolo. 

La scala del Cabirol.
Le grotte sono accessibili via mare oppure attraverso una scalinata detta: "Escala del Cabirol" (la scala del capriolo), poiché composta da 650 scalini scavati letteralmente nella roccia, che permettono di discendere rapidamente tutto il promontorio, fino ad arrivare al suo cuore: le grotte, il cui accesso di trova proprio al livello del mare. Un po' faticosa, ma sicuramente affascinante e consigliata è la possibilità di arrivarvi attraverso la scala, che permette di godere così anche il bel panorama del promontorio.
Nelle giornate in cui il mare è calmo, il vento leggero e il sole ancora non eccessivamente caldo, ma neppure più freddo, la discesa alle grotte diventa una piacevolissima passeggiata alla scoperta del promontorio. Suggestivo percorrere i tratti dove l'imponente scogliera calcarea è proprio verticale e i falchi volano nelle spaccature tra roccia e roccia. Sotto, il mare blu. Si respira l'odore intenso dello iodio che regala benessere e ricarica di energia. Ci fa sentire allegramente "in
La scala del Cabirol.
vacanza", entusiasti. La mente divaga, l'occhio si rilassa attratto da una barchetta a vela bianca, pigramente adagiata nel mare. Rallentiamo e ritardiamo la discesa, fermandoci a godere del luogo, amabilmente accarezzati dal tiepido e piacevole sole. 
Poi la curiosità di scendere fino alle grotte ci convince a procedere, mettendo da parte la lentezza tipica di uno spirito vacanziero. Non si può nemmeno dire che le grotte siano il meritato premio dopo la fatica della discesa, perché questa volta, a dire la verità, è così piacevole che il tratto appare fin troppo breve (un po' meno lo sarà al ritorno, in salita). 
L'utima parte del percorso si fa più emozionante, quando gli scalini diventano più stretti e ripidi e si inizia a vederne il termine: l'entrata delle grotte. E ci si accorge di essere scesi per tutto l'alto promontorio, che ora ci sovrasta, fino al livello del mare.

Panorama lungo la scala del Cabirol.


Entrata delle Grotte di Nettuno.

L'esterno delle grotte è una suggestiva promessa di ciò che ci aspetta. L'acqua del mare entra, insinuandosi tra formazioni calcaree arzigogolate e di diversa composizione geologica. Stare qui, un po' isolati dal mondo, tra il mare blu e le rocce, è già entusiasmante, ma ancora è nulla rispetto a ciò che ci aspetta entrando nelle grotte. Questo è possibile solamente tramite una interessante visita guidata, che parte all'incirca ogni ora, e ci condurrà all'interno. Le grotte sono lunghe qualche chilometro, ma la parte visitabile non è che qualche centinaio di metri, che però valgono tutti il prezzo del biglietto. 
Passare il punto d'entrata è un'emozione fortissima. Le stalattiti e stalagmiti che si intuivano all'esterno, ora non fanno che moltiplicarsi all'impazzata. Sono tantissime. Ovunque. Alcune enormi. Altre piccolissime. Alcune isolate in grandi colonne imponenti, altre raggruppate a centinaia, sottilissime. L'impatto visivo è notevole. Ma soprattutto, quello che più colpisce, è l'impatto emotivo. Si avverte all'inizio una leggera sensazione di claustrofobia: si passa da un ambiente esterno ricco di aria, di luce, di rumore, ad un ambiente chiuso, dove la luce è soffusa e i suoni ovattati. Un mondo sotterraneo, intimo e segreto, cuore del promontorio che ci sovrasta.
E' un mondo a parte. La sensazione è quella di trovarsi al centro della Terra, in un luogo a sé, dove rimarremmo per sempre, fuori dallo scorrere del tempo convenzionale. Davanti a noi ci sono secoli di storia, scolpiti su queste stalattiti e stalagmiti. Ogni centimetro di esse ha impiegato anni e anni per formarsi, ed ora, questi anni, sono tutti davanti ai nostri occhi, nell'intricato ricamo di roccia all'interno di questa grotta. Si ha la sensazione di poterlo dominare, il tempo. Qui dove esso pare tutto racchiuso insieme. E a un certo punto, l'idea che sia questa la vera realtà, che non torneremo più al mondo di prima, ma resteremo per sempre qui dentro, sospesi custodi del segreto del tempo, non ci spaventa più. Tutto si placa. Il cuore prende a battere lento e tranquillo. Siamo pronti a vivere qui millenni, fuori dal mondo e dal tempo reale. 
Si respira l'umidità. Lentamente. Ci si abitua alla penombra. Ad essere noi stessi ombre del tempo. 

Stalattiti all'interno delle Grotte di Nettuno.
 
Stalattiti, colonne e il lago salmastro all'interno delle Grotte di Nettuno.

Visitiamo vari ambienti. La prima sala è dominata addirittura da un lago salato all'interno. Alle varie conformazioni sono stati dati, negli anni, nomi di fantasia a seconda della loro forma: l'Organo, l'Albero di Natale, ecc. ecc. Ma non è certo compito mio illustrarvi nello specifico queste grotte. Io sono qui per raccontarvi la loro anima. E l'anima di questo luogo è sicuramente l'acqua e i minerali di cui è fatto. La materia prima, viva. E il tempo testimone di tutte le cose. Qui è vivo, il tempo. Rimasto tutto fissato in ogni centrimetro di roccia. Custodito da un ambiente sicuro, cuore del promontorio di Capo Caccia. 
Un'anima che affascina. Spaventa e poi attrae e lusinga a restare. Certi che qui, sia possibile vivere per sempre. Divenuti roccia anche noi.
E invece, terminato il tempo di visita, una guida gentile ci condurrà all'esterno. Al solito mondo fatto di luce, rumore, colore. Fatto dal normale scorrere del tempo. Fatto di presente. Respiriamo l'aria, forse sollevati. Un po' storditi dalla luce e dai rumori del nostro mondo. Forse, ora, solo un po' più banale.



mercoledì 22 novembre 2017

Tra favola e inferno: un autunno alla Riserva Naturale Monterano


Siamo nel territorio della Tuscia Romana, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini. E' qui che è stata istituita, nel 1988, la Riserva Naturale Monterano, a tutela di uno degli angoli più integri e suggestivi del Lazio. Si tratta di un ambiente ampio e variegato, di altissimo interesse naturalistico, sia a livello di flora che di fauna. Ed è qui, tra boschi, ruscelli, cascatelle e felci che l'autunno diventa magico. Forse è la stagione migliore per visitare la Riserva che, tinta da quelle generose pennellate di giallo, marrone e arancio che solo Madre Natura sa distribuire così bene, assume un aspetto da fiaba. Ma non solo.
Molti sono gli itinerari e i percorsi, ben segnalati e ben mantenuti, possibili per visitare la Riserva. Quello di cui vi racconterò oggi è l'inizio del percorso "rosso", che parte dal parcheggio della Diosilla, poco dopo la cittadina di Canale Monterano, a nord del lago di Bracciano, tra Roma e Viterbo. E' un percorso che inizia in discesa, con delle ripide e scivolose scalette di pietra, che vi conducono rapidamente nel cuore della Riserva. Scendere sotto il livello della strada è un po' come entrare dentro la Terra, in un viaggio alla scoperta di un mondo sotterraneo. Subito ci avvolge l'umido di una giornata di un novembre inoltrato; il rumore dell'acqua ci sprona a superare l'ostacolo degli alti gradini ricoperti di muschio; mano mano che scendiamo la luce diminuisce, trattenuta dal bosco fitto che ci sovrasta e chiude, geloso, la Riserva. Potrebbe somigliare ad una discesa agli inferi, anche per l'odore di zolfo che accompagna le manifestazioni vulcaniche tipiche di questa zona, visibilmente presenti nella schiuma naturale che costella le rive del torrente Biscione. Tuttavia è proprio questo torrentello, che scorre allegro e sottile, a strapparci dalla mente la titubanza iniziale e l'idea degli inferi, e trascinare rapidamente il nostro immaginario in uno scenario da favola. 

Torrente Biscione.
 
Scorre così: delicatamente, in un letto poco definito, quasi a non voler disturbare le pietre e il tappeto naturale di allegre foglie autunnali che ricoprono completamente la terra. Timido tra la boscaglia fitta e le radici di qualche albero. 
Come non immaginarsi qualche fata dei boschi, pettinarsi i lunghi capelli biondi seduta con grazia sulla riva del torrente, poco prima di sparire nel bosco?
Ponte di legno sul torrente Biscione.
Come non immaginarsela affacciata a questo ponticello di legno, sopra il torrente, intenta a contemplare il bosco? Cosa che facciamo anche noi, senza fretta, perdendoci definitivamente in questo mondo "sotterraneo", intimo, fatto di umido, di bosco, di tronchi ricoperti dal muschio, di felci, di rami e di foglie. Fatto di autunno.

Fatto di pensiero, di meditazione, ma anche di voglia di andare avanti nel percorso, presi dall'entusiasmo,
Bosco autunnale nella Riserva Monterano.
di scoprire dove siano nascoste le fate - perché in un luogo così, non ci sfiora neppure per un secondo l'idea che non possano esistere. Mentre l'umido rapisce le nostre narici, mentre le meraviglie d'autunno riempiono la vista e ci sorprendono per l'armoniosa bellezza, le immaginiamo - le fate - sedute su uno di questi tronchi, nel bosco. O a giocare a nascondino. 

Mentre seguiamo il corso del Torrente, alla nostra destra, il percorso continua e il bosco si fa più ampio, così come le radure, sempre più suggestive, disseminate di felci e da un tappeto sempre più grande e continuo di foglie gialle e dalle varie sfumature di marrone. Il bosco di tutte le favole della nostra infanzia non può che essere questo. Perfetto com'è. Con la sua bellezza attraente, e qualche ramo divelto che offre il giusto pizzico di inquietudine che, in ogni fiaba che si rispetti, caratterizza il bosco. Così meraviglioso eppure pieno di insidie: regno di fate e di lupi. Di sogni e di segreti. Di elfi e di nani. Di luce e di buio.

Bosco a Monterano.
 
Bosco a Monterano.
 
E il bosco che ci attrae fin da bambini. Che ci impaurisce, ma al tempo stesso ci invita  inesorabilmente a camminare, sentendo soltanto il rumore dei nostri passi che calpestano le foglie affondando nella terra umida, e il rumore delle foglie che, invece, cadono dagli alberi al momento, appena strappate alla vita, ma non per questo meno suggestive, mentre si poggiano lievi al terreno.
E camminando notiamo funghi e ciclamini e felci e muschi e agrifogli. 
E poi, improvvisamente, ci ritroviamo fuori dal bosco, illuminati finalmente dalla luce del sole che ora ci scalda, ma ancora una volta ci sembra di essere, ora in modo diverso, dentro l'inferno. Il paesaggio si fa scarno e lunare. Un forte odore di zolfo ci invade. Il ribollire dell'acqua del torrente e le incrostazioni gialle sulle rocce, ci indicano di essere arrivati alla solfatara che descriveva l'itinerario. Qui, davanti ai nostri occhi, si manifesta la potenza del mondo sotterraneo fatto di fuoco. Nel nostro immaginario, ora le fate lasciano il posto alla suggestione dell'inferno dantesco e dei suoi fiumi.

 
Polla sulfurea.
Torrente dei pressi della solfatara.

Continuando il sentiero segnalato, arriveremmo alle rovine della antica Città di Monterano. Ma le giornate sono corte e ormai sta calando il sole. Rimandiamo la visita in primavera, e, giusto per tornare un po' all'anima fiabesca del luogo, che si alterna a quella più oscura, seguiamo invece per qualche metro il percorso del Biscione, sulla sinistra. Superata la zona sulfurea, il corso del Torrente si fa più pieno di acqua e nuovamente suggestivo. Questa volta lo possiamo osservare dall'alto, dal semplice sentiero rettilineo che lo sovrasta, tra alberi di castagni e boscaglia mista. Basta affacciarsi un po', per vedere, giù, il corso d'acqua. Ancora una volta incorniciato da terra ricoperta fittamente da foglie giallissime. Si forma una luce magica, incredibilmente blu, tra i rami e il torrente. Una luce irreale, da sogno. Che avvolge tutto, esalta l'anima fiabesca di questo luogo e pare rivelare nel suo massimo splendore anche l'essenza dell'autunno stesso. 

Torrente Biscione tra il bosco.
 
Godiamocelo, questo autunno qui. Il resto del percorso ci aspetta con la primavera... la Riserva Monterano non ha assolutamente finito di sorprenderci. A presto...